L’Intelligenza Artificiale come bene comune: un’esperienza

3 Settembre 2026

di Franco Marra

La terza via oltre l’ottimismo acritico e la distopia

Il dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale appare oggi drammaticamente sbilanciato e intrappolato in una polarizzazione sterile. Da una parte, assistiamo a un tecno-ottimismo acritico, spesso alimentato dalle stesse corporazioni che sviluppano questi sistemi, il quale promette un futuro di efficienza infinita, di abbondanza e di risoluzione magica di ogni criticità umana. Dall’altra parte, emerge un catastrofismo tecnologico che evoca scenari distopici di obsolescenza umana, disoccupazione di massa e sottomissione alle macchine. In entrambi i casi, l’individuo viene progressivamente esautorato dal suo ruolo di attore politico e ridotto a mero spettatore passivo, a un “giacimento di dati” da estrarre e monetizzare, o a un consumatore da sedurre con interfacce accattivanti. Tuttavia, esiste una terza via, radicalmente politica, che ci interpella direttamente come cittadini. È la necessità impellente di ricondurre la tecnologia entro il perimetro della dignità umana, dei diritti civili e, soprattutto, di una declinazione ampia e rigorosa del concetto di sostenibilità. Non si tratta di rifiutare l’innovazione, bensì di governarla attraverso un “solidarismo radicale” che impedisca ai grandi monopoli digitali di definire, in totale autonomia e opacità, le regole della nostra convivenza democratica.

Oltre l’impronta carbonica: la tridimensionalità della sostenibilità sociale

Quando si affronta il tema dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale, il discorso pubblico istituzionale tende a concentrarsi quasi esclusivamente sull’impronta ecologica. I costi energetici occulti e il consumo di risorse vitali, come l’acqua per il raffreddamento dei data center, rappresentano, senza alcun dubbio, un problema ambientale urgente. Tuttavia, limitare l’analisi a questa dimensione significa fermarsi alla superficie materiale del fenomeno. Esiste un’altrettanto gravosa “impronta sociale” dell’intelligenza artificiale: un costo invisibile e profondo che le nostre società rischiano di pagare in termini di autonomia democratica, coesione comunitaria e dignità del lavoro. La sostenibilità sociale dell’IA si fonda su tre pilastri ineludibili. Il primo riguarda l’equità nell’accesso e la lotta alle asimmetrie di potere. Una tecnologia è sostenibile solo se non diviene un ulteriore acceleratore di disuguaglianze sociali e culturali. Se la padronanza degli strumenti algoritmici rimane prerogativa di un’élite economica, cognitiva o anagrafica, si generano disparità intollerabili. Il secondo pilastro è la preservazione del capitale umano. Il rischio concreto non è tanto la sostituzione netta del lavoro, quanto il de-skilling, ovvero la progressiva svalutazione delle competenze, della capacità critica e della creatività umana. Un’IA sostenibile deve configurarsi come una tecnologia “aumentata”, progettata per coadiuvare l’essere umano, non per sostituirlo nelle sue prerogative intellettuali e decisionali. Il terzo pilastro, infine, risiede nell’etica degli algoritmi e nella tutela dell’agency. I modelli linguistici attuali sono addestrati su enormi dataset storici che incorporano e perpetuano bias e discriminazioni strutturali, non ultimo quello di genere o di linguaggio. Un sistema opaco, di cui non possiamo decifrare le logiche decisionali, non può avere cittadinanza in un contesto democratico, poiché mina il diritto alla trasparenza.

Il mito dell’intelligenza e la trappola dell’alienazione algoritmica

L’espressione stessa “Intelligenza Artificiale” costituisce, a ben guardare, una potentissima narrazione antropomorfizzante. Quelli che impariamo a conoscere come Large Language Model (LLM) non possiedono alcuna reale capacità di comprensione del mondo. Si tratta, al netto della loro straordinaria sofisticazione, di formidabili motori statistici di previsione: analizzano miliardi di parametri per calcolare la probabilità che una parola ne segua un’altra, ricombinando simboli senza mai afferrarne il senso profondo. Sono, di fatto, delle macchine probabilistiche – una sorta di “Chiromante Stocastica” – in grado di simulare la competenza umana. Il pericolo maggiore non risiede nell’eventualità fantascientifica che la macchina si emancipi. Il vero rischio, molto più subdolo e imminente, è che sia l’uomo a scegliere di pensare come la macchina. Per comodità, per assuefazione o per stanchezza, rischiamo di appiattire la nostra complessità cognitiva sulle risposte standardizzate fornite dai chatbot. Quando affidiamo a un algoritmo il compito di orientare le nostre letture, le nostre diagnosi o le nostre scelte, finiamo per chiuderci in una bolla autoreferenziale. L’alienazione algoritmica è la rinuncia al conflitto creativo, alla fatica del dubbio, alla meraviglia dell’imprevisto, elementi che nessuna macchina può simulare.

L’innovazione dal basso: L’esperienza del Laboratorio Popolare di Intelligenza Artificiale

Di fronte a questo scenario di espropriazione cognitiva, la risposta non può che essere collettiva, territoriale e pedagogica. È in questa cornice che assume un valore politico inestimabile l’esperienza del Laboratorio Popolare di Intelligenza Artificiale (www.LabPopIA.it ), nato nel 2026 e ospitato negli spazi della Casa del Quartiere di San Salvario a Torino. Frutto della collaborazione di figure impegnate storicamente nei corsi di alfabetizzazione digitale per anziani promossi dallo SPI-CGIL, il Laboratorio rappresenta un argine alla disintermediazione digitale calata dall’alto. La finalità del LabPopIA è chiara e sovversiva: promuovere un modello di “innovazione dal basso” con l’ambizione di trasformare la tecnologia da strumento di potere in un bene comune. È una risposta civile alla complessità contemporanea, in cui la periferia sociale – rappresentata dagli anziani, da chi subisce il divario digitale e dai non addetti ai lavori – si riappropria del centro della comprensione tecnologica. La struttura metodologica del Laboratorio si articola in sezioni progettate per superare la nebbia tecnologica. Attraverso il modulo “Apri il cofano”, gli utenti vengono invitati a guardare dentro i sistemi algoritmici, decostruendoli. L’obiettivo non è generare un uso passivo del software, ma fornire quelle “pillole di consapevolezza” fondamentali per imparare a interagire con la macchina (il corretto uso dei prompt) senza cedere inconsapevolmente i propri dati personali e senza rimanere vittime della disinformazione.

Strumenti, prassi e risultati: l’intelligenza artificiale al servizio della comunità

Il Laboratorio Popolare si fa promotore di una sperimentazione attiva sul campo, declinando la tecnologia in specifici “Scenari Applicativi” orientati al supporto delle esigenze reali dei cittadini. Uno dei risultati metodologici più significativi riguarda il Laboratorio Popolare di Educazione Finanziaria. Alla Casa del Quartiere, i corsi di educazione finanziaria si appoggiavano a un corpus ostico: ben 12 presentazioni per un totale di oltre 400 slide redatte in un linguaggio eccessivamente tecnico. Utilizzando in maniera integrata e congiunta strumenti gratuiti di Intelligenza Artificiale, i formatori hanno sfruttato la capacità rielaborativa della IA per tradurre e riorganizzare questo materiale, trasformandolo in moduli didattici accessibili e fruibili dal pubblico anziano. L’approccio didattico è fortemente creativo e rifiuta il gergo tecnocratico in favore di metafore radicate nel vissuto popolare. Lo studio del funzionamento dei sistemi complessi viene mediato attraverso riferimenti musicali, come “Coding the Blues” o “Suona il nostro Juke Box”, o esplorando modelli accademici storici, come la Rete Neurale del prof. Terna. Inoltre, il Laboratorio coltiva una rigorosa prospettiva storica (nella sezione “Prima dell’IA”), ripercorrendo le tappe fondative dello sviluppo digitale e di Internet, proprio per dimostrare che l’evoluzione tecnologica non è un dogma, ma il frutto di scelte storiche e politiche. Le analisi condotte si estendono a temi di stringente attualità sociale, esaminando per esempio le questioni della parità genitoriale attraverso l’uso congiunto dei modelli linguistici, e dimostrando così che l’IA, se guidata da un presidio territoriale etico, può divenire una leva formidabile per l’analisi e l’azione comunitaria.

Un manifesto per una tecnologia “altrimenti”

Volere la luna, in questo nostro tempo complesso, significa avere il coraggio politico di esigere un’IA che si spogli della sua natura estrattiva. Estrattiva di materie prime, estrattiva di dati sensibili, ma soprattutto estrattiva di senso relazionale. Di fronte a ogni nuovo strumento che irrompe sul mercato, la comunità democratica deve porre una domanda non negoziabile: quale valore reale aggiunge questa specifica tecnologia al nostro tessuto sociale? Se la risposta è il mero aumento del profitto di un operatore privato, ottenuto a scapito dei diritti dei lavoratori o dell’autonomia cognitiva dei cittadini, allora ci troviamo di fronte a un modello insostenibile. La vera resistenza civile passa attraverso la moltiplicazione degli spazi di prossimità come i laboratori popolari, veri baluardi in cui gli strumenti tecnologici rimangono aperti, ispezionabili e costantemente soggetti al vaglio critico del territorio. La tecnologia deve ritornare a essere ciò che la sua radice suggerisce: uno strumento al servizio della prassi umana, e mai il fine ultimo dell’organizzazione sociale. Spetta a noi il compito esclusivo di tracciare il confine, stabilendo con chiarezza quali oneri delegare al calcolo delle macchine e quali prerogative intellettuali e morali difendere con intransigenza. Lo studio profondo, la cura dei legami, il dibattito democratico, l’elaborazione del dissenso, l’amore e la solidarietà sono le azioni che fondano l’essenza stessa della nostra natura umana. Se abdicassimo a queste facoltà, affidandole al pilota automatico di un algoritmo, non avremmo conquistato l’efficienza; avremmo perso noi stessi. La sfida che ci attende richiede uno sforzo pedagogico, politico e collettivo senza precedenti, ma la costruzione di una tecnologia “altrimenti” non è un’utopia: è l’unico argine percorribile per salvaguardare il senso più profondo della nostra cittadinanza.

Pubblicato su Volere La Luna