World wide (far) west

14 Settembre 2026

Posizione di Sloweb sui data center. 14 settembre 2026

Pietro Jarre, Mauro Munzi

Sloweb è nata nel 2017 per rivendicare un digitale sobrio, pulito e giusto: sobrio nei consumi che impone al pianeta, pulito nel modo in cui tratta i dati delle persone, giusto nella distribuzione dei costi e dei benefici. È il criterio con cui leggiamo anche le infrastrutture, e nei data center quei tre termini si applicano tutti insieme: l’energia e l’acqua che consumano, i dati che accumulano e il conto da pagare che lasciano ai territori e alle bollette di tutti.

In Italia, a metà 2026, gli operatori dei data center hanno depositato a Terna, la società che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale, 520 richieste di nuova connessione, per 96 gigawatt di potenza ulteriore rispetto a quella già allacciata. I data center oggi in funzione sono circa duecento e assorbono 0,6 gigawatt: la potenza che viene chiesta vale centosessanta volte quella installata. La stessa Terna considera davvero realizzabili al 2030 fra 1,5 e 2 gigawatt ulteriori: fra due volte e mezzo e tre volte quanto è oggi in funzione, e poco più del due per cento di quanto è stato richiesto.

Quel numero non è il problema, ma un sintomo, e insieme uno specchietto per le allodole: depositare una richiesta di allacciamento costa poco, la si presenta su più siti, si occupa un posto nella coda e si decide dopo, quando le autorizzazioni sono arrivate e i capitali sono stati raccolti. Quindi, prendere i 96 gigawatt per una previsione di consumo significa discutere della cifra sbagliata.

Di cifre, per la verità, se ne conoscono poche, fra tutte quelle che servirebbero a valutare davvero l’impatto ambientale, sociale ed economico di questa ondata. Non esiste un dato pubblico, impianto per impianto, del consumo elettrico e del prelievo idrico previsto; non si sa quanto calore di scarto venga disperso e quanto recuperato; non si sa quanti addetti lavoreranno negli impianti una volta finiti i cantieri; non si sa quale parte del rinforzo della rete finirà nelle tariffe elettriche pagate da tutti. Il cartello di cantiere piantato all’angolo di un campo riporta la superficie e il nome del proponente, e nessuna norma obbliga a scriverci altro.

Le motivazioni di questa corsa si rinvengono nei bilanci delle grandi aziende tecnologiche. Google, Microsoft, Meta e Amazon hanno annunciato per il 2026 investimenti in conto capitale per 725 miliardi di dollari, il 77 per cento in più dei 410 miliardi del 2025. Nessuna impresa immobilizza somme di quell’ordine per vendere un servizio al prezzo che si forma su un mercato concorrenziale: le immobilizza per occupare una posizione dove la rendita di monopolio è assicurata.

Il modello di business dei Laboratori AI consiste nel vendere previsioni di comportamento, che sono poi il prodotto dell’intelligenza artificiale. Per produrre quelle previsioni servono dati registrati, rivendibili e accumulabili, e servono in quantità crescente. I data center sono il luogo di quell’accumulo, e insieme il casello che ne riscuote il pedaggio: il proprietario dell’impianto e la big tech che ci fa girare i propri modelli incassano su tutto ciò che vi transita, e la massa di dati già accumulata rende impraticabile la concorrenza.

Il problema, allora, non è la cifra: è che questa corsa si svolge senza pianificazione, né europea né nazionale, e con regole scritte a valle, alla fine del processo.

Le decisioni prese finora riguardano le procedure. Il decreto bollette, convertito in legge nel 2026, ha introdotto un procedimento autorizzativo unico che si chiude in dieci mesi. La Camera ha approvato il 24 febbraio 2026 la legge delega sui data center, con 243 voti favorevoli, nessun contrario e sei astenuti, e il testo è ora al Senato: la legge dichiara i progetti di insediamento di interesse nazionale e accorcia le procedure autorizzative. La Regione Lombardia ha approvato il 3 giugno 2026 la legge regionale 11, che classifica gli impianti sopra i 5 megawatt come insediamenti produttivi, porta a rilevanza sovracomunale quelli sopra i 10 e premia il riuso delle aree dismesse. Norme regionali e norme procedurali: nessuna di queste stabilisce quanta potenza il paese intenda destinare a questo uso, in quali aree, in quale ordine di tempo e al servizio di quali utenti: nessuna programmazione, nessun giudizio di valore sul reale interesse nazionale.

Il «per chi» non è un dettaglio: un gigawatt destinato ai servizi della pubblica amministrazione, alla sanità, alla scuola e alle imprese italiane che ne hanno bisogno non è la stessa cosa di un gigawatt destinato a vendere capacità di calcolo a clienti di un altro continente. Senza un indirizzo industriale che distingua i due casi, la coda di allacciamento decide al posto della politica industriale, e decide con il criterio più rozzo: chi arriva prima si prende l’energia.

Il modo in cui questa corsa procede travolge principi che l’Europa e l’Italia hanno costruito in decenni, e che valgono per chiunque altro costruisca qualcosa che pesa sulle risorse pubbliche.

L’impresa che apre un impianto di trattamento dei rifiuti presta una garanzia finanziaria a favore della Regione, e per le discariche la garanzia copre anche la fase successiva alla chiusura: lo prevedono l’articolo 208 del decreto legislativo 152 del 2006 e l’articolo 14 del decreto legislativo 36 del 2003. Il titolare di un impianto a fonti rinnovabili deve garantire il ripristino dei luoghi a fine vita, e la garanzia si presta prima dell’inizio dei lavori: lo prevedono l’articolo 12 del decreto legislativo 387 del 2003 e le linee guida del decreto ministeriale del 10 settembre 2010. Per le cave le leggi regionali chiedono lo stesso, ed è un esempio fra molti. Un data center da centomila metri quadrati, che a fine vita può restare un capannone vuoto su suolo impermeabilizzato, non rientra oggi in nessuna di queste discipline.

Lo stesso scarto si ritrova nella valutazione di impatto ambientale, che per i data center corre su tempi dimezzati rispetto all’ordinario; nel consumo di suolo, dove il riuso delle aree già compromesse resta una priorità premiata e non un obbligo; e nei costi di rete, che nessuna norma mette in capo al proponente.

Sul territorio il conto è leggibile nei numeri che il governo stesso pubblica. Il 4 agosto 2026 il Ministero delle imprese e del made in Italy ha riconosciuto come strategici due programmi per 6,8 miliardi complessivi, ai quali attribuisce oltre 3.900 posti di lavoro fra diretti e indiretti. Il maggiore è il campus di K2 Strategic Infrastructure Italy a Zibido San Giacomo e Lacchiarella, due comuni della città metropolitana di Milano: 5,3 miliardi di investimento, circa 2.000 addetti l’anno nei quattro anni di cantiere e, a regime, 200 posti diretti e 1.300 indiretti. Un impianto da 5,3 miliardi che occupa stabilmente duecento persone ha il rapporto fra capitale e lavoro di una centrale elettrica, non di uno stabilimento manifatturiero.

Il suolo invece si consuma subito. Nel triangolo fra Lacchiarella, Siziano e Zibido gli insediamenti occupano già 700.000 metri quadrati; il campus che Apto ha annunciato a Lacchiarella ne aggiunge 228.000, e quello di Bornasco, in provincia di Pavia, altri 165.000. La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli calcola in 120 ettari il terreno agricolo assorbito dai soli progetti nuovi. Le aree industriali già dismesse potrebbero accogliere una domanda anche molto più grande di quella che si sta insediando sui campi, ma non di rado quei suoli, e le falde sotto di essi, sono contaminati, e la bonifica ha costi elevati e soprattutto tempi di completamento molto incerti; i costi vanno messi in capo a chi propone l’impianto, invece che lasciati alla collettività.

Sull’acqua la parola consumo copre tre casi diversi. Un impianto può prelevare acqua e restituirla in falda o in alveo secondo le prescrizioni di legge; può raffreddarsi con un circuito chiuso, che una volta caricato non consuma più nulla; oppure può dissipare il calore evaporando acqua in atmosfera, e allora l’acqua viene effettivamente consumata. Antonio Baldassarra, amministratore delegato di Seeweb, calcola che per dissipare 0,6 megawatt con l’evaporazione servano mille litri l’ora, cioè 14,6 milioni di litri l’anno per ogni megawatt installato, e ricorda che un data center dissipa in calore quasi tutta l’elettricità che consuma: il conto dell’acqua non è secondario rispetto a quello dell’energia. Nell’agosto del 2026 l’Autorità di bacino del Po ha dichiarato un allarme per severità idrica alta, in Lomellina l’acqua per le risaie è stata distribuita a turno e Confagricoltura Pavia ha stimato in oltre 100 milioni di euro le perdite del settore: è la stessa provincia dove si costruisce il data center di Bornasco. Una licenza di attingimento a perdere per un impianto di calcolo non può costare come quella per uso agricolo.

A Bollate cittadini e associazioni hanno fatto ricorso al Tar contro un impianto previsto fra il Parco Nord e il Parco delle Groane, a Magenta una petizione contro il progetto nell’ex Novaceta ha raccolto più di 1.200 firme, a Lacchiarella i cittadini hanno manifestato in luglio contro l’impianto previsto.

Anche gli operatori italiani, che in questa partita sono impegnati, segnalano gli stessi rischi. Giuliano Peritore, presidente dell’Associazione italiana internet provider, stima in almeno 7 miliardi l’anno la spesa energetica di 5 gigawatt di potenza installata, e mette in guardia dalle cattedrali nel deserto. Antonio Baldassarra, amministratore delegato di Seeweb, ha parlato al Digital Ethics Forum del 2025 di una «nuova stagione di palazzinari digitali», con il rischio di consumare suolo e di ristrutturare la rete a spese della collettività, e chiede che «qualsiasi agevolazione, anche in tema di energia, non sia discriminatoria, sia orizzontale e riservata a tutti gli operatori indipendentemente dalle dimensioni». Le imprese italiane già attive gestiscono in tutto 512 megawatt: il vantaggio concesso ai grandi investitori esteri lo pagano loro, e gli utenti che pagano le tariffe di rete.

Sloweb chiede che i decreti attuativi della delega prevedano:

  • Un piano nazionale, dentro un indirizzo europeo, che stabilisca quanta potenza destinare ai data center, in quali aree e con quale ordine di tempo, e che dia la precedenza alla capacità che serve la pubblica amministrazione, la sanità, la scuola e le imprese italiane.
  • La potenza autorizzabile in un sito commisurata al suolo e all’acqua che quel territorio può reggere: la valutazione parta dalla disponibilità locale di terreno e di risorsa idrica e fissi di conseguenza il limite dell’impianto, invece di adattare il territorio alla taglia che il proponente ha già deciso.
  • Il contatore prima del capannone: consumo elettrico, prelievo idrico, fonte di approvvigionamento e riuso del calore di ogni impianto sopra i 500 kilowatt, dichiarati ogni anno e pubblicati in forma consultabile, come la direttiva europea sull’efficienza energetica già impone verso la banca dati europea.
  • Acqua, suolo e calore dentro l’autorizzazione come obblighi e non come premi: un bilancio idrico vincolante che distingua il prelievo con restituzione in falda, il circuito chiuso e la dispersione in atmosfera, con tariffe di attingimento che scoraggino il primo e il divieto del terzo; riuso del calore di scarto dove esiste una rete che possa riceverlo; insediamento prioritario sulle aree già compromesse, con i costi di bonifica a carico del proponente.
  • Una garanzia finanziaria per lo smantellamento e il ripristino, prestata prima dell’avvio dei lavori, come già avviene per gli impianti di trattamento dei rifiuti, per le discariche e per gli impianti a fonti rinnovabili.
  • I costi di connessione e di rinforzo della rete a carico del proponente, e non spalmati sulle tariffe pagate da famiglie e piccole imprese.
  • La valutazione di impatto ambientale piena, con i tempi ordinari, e le comunità coinvolte prima della firma dei protocolli, con i dati in mano.

Fonti

Terna, richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale; il Post, «Avremo abbastanza elettricità per tutti i data center?», 25 luglio 2026. Open, «La rivolta contro i data center arriva in Italia», 4 settembre 2026. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, «Lombardia: la rivoluzione dei data center che nessuno sta governando», 2026. Camera dei deputati, legge delega sui data center approvata il 24 febbraio 2026. Regione Lombardia, l.r. 3 giugno 2026 n. 11. Ministero delle imprese e del made in Italy, comunicato del 4 agosto 2026. Interventi di Giuliano Peritore (AIIP) e Antonio Baldassarra (Seeweb), 2026; Antonio Baldassarra, intervento al Digital Ethics Forum 2025. Tom’s Hardware, investimenti in conto capitale 2026 di Google, Microsoft, Meta e Amazon. Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica e regolamento delegato sui centri dati. D.lgs. 152/2006, art. 208, comma 11, lettera g); d.lgs. 36/2003, art. 14; d.lgs. 387/2003, art. 12, e d.m. 10 settembre 2010, punto 13.1, lettera j).