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Whatsapp e privacy

Negli ultimi giorni sono circolate diverse notizie su un presunto cambiamento dei terms and conditions di Whatsapp. Si diceva tutto e il contrario di tutto, e quindi a un certo punto non ci abbiamo capito più niente neanche noi. 

Che fare? Secondo le mode del momento avremmo dovuto buttarci su Facebook per capire, ma noi abbiamo seguito la logica e andando controcorrente ci siamo rivolti a un esperto 🙂 Abbiamo chiesto aiuto a uno dei nostri soci, Enrico Ferraris, avvocato esperto nella protezione dei dati personali. 

Cosa è successo? 

Da un certo punto di vista la questione è molto semplice. Whatsapp ha segnalato un cambiamento dei termini di servizio che riguardava una modifica di alcuni aspetti relativi alla condivisione di informazioni con Facebook. O si accettavano i cambiamenti o non si usava più il servizio. La notizia è stata ripescata dalla stampa estera e riciclata in Italia. Peccato che i termini e condizioni di uso e la privacy policy dell’app negli Stati Uniti e in Europa siano molto diversi. Per cui sì, qualcosa cambia, ma a livello di condivisione dati con Facebook non per noi che siamo sotto la giurisdizione europea (più cauta). È stato sollevato un polverone per nulla. A noi europei su Whatsapp non cambia niente.

Si, ma… 

Già, ma se noi siamo riparati dal nostro scudo made in EU, non è così per tutti. Lo scandalo che ha sollevato il polverone ha in realtà anche messo in luce l’enorme potere che le grandi aziende del digitale hanno nei confronti dei consumatori di tutto il mondo. 

Innanzitutto perché le condizioni d’uso e le privacy policies dovrebbero essere chiare e concise e non lo sono mai. Poi perché quello che realmente viene messo in pratica da chi gestisce i dati può essere controllato solo da specifici enti (in Italia il garante della privacy, ad esempio), e questo di solito avviene solo in casi eccezionali. Per il resto bisogna affidarsi alla fiducia. Infine, perché il principio del “o così o te ne vai”, cosa che al di fuori dell’Europa è avvenuta davvero con Whatsapp, è tipica dei prepotenti. Che in questo caso hanno talmente tanti utenti – 2 miliardi – che se qualcuno di loro va su Signal o Telegram non importa, tanto gli altri restano e stanno alle loro pessime condizioni.

La nostra riflessione

Alla fine della storia, quello che abbiamo capito è che la questione di Whatsapp non è una questione tecnica. È una questione politica con aspetti tecnici. Su Whatsapp la cifratura è end-to-end  ovvero i messaggi sono “leggibili” solo dal mittente e dal destinatario, ma i metadati – con chi ho parlato, quando, per quanto, da dove… – sono a disposizione dell’operatore, esattamente come capita per un operatore GSM, tipo Vodafone. Su Telegram le conversazioni non sono cifrate end-to-end ma solo fino al server; questo vuol dire che l’operatore ne ha la chiave. Signal utilizza lo stesso protocollo di cifratura end-to-end di Whatsapp (o meglio, è Whatsapp ad utilizzare il protocollo Signal), ma il codice sorgente sia del server sia dei client è open source, quindi verificabile da chiunque abbia sufficienti competenze tecniche. Però, su Whatsapp ci sono tutti, su Telegram e Signal si sta spostando qualcuno, ma  i numeri al momento sono molto più bassi. 

Un’analisi multidisciplinare delle applicazioni di messaggistica Signal, Telegram e Whatsapp, con anche Enrico Ferraris (al minuto 9:35)

La ratio alla base dei diversi servizi è che corrispondono a diversi casi d’uso: se un avvocato ha delle conversazioni molto confidenziali ha senso che vengano fatte su Signal, non su Whatsapp. Ma per inviarsi gli auguri di Natale tutta sta segretezza non è che sia fondamentale.

Alla luce di queste informazioni si possono fare due cose:

  • Diversificare i propri servizi in base alle necessità e ai casi d’uso. Un compromesso tra la necessità di salvaguardare la propria privacy e la possibilità di restare in contatto con chi è su altre app. Che però porterebbe a un inevitabile aumento dei dati prodotti, spazio occupato, ecc…
  • Fare un gesto simbolico, una presa di posizione. Spostarsi da Whatsapp ad altri social più rispettosi della nostra privacy (Signal ci piace tanto, è una no-profit come noi, l’Unione Europea chiede al suo staff di usarla per aumentare i livelli di sicurezza, ed è la scelta di Edward Snowden). Se anche a spostarsi fosse una minoranza (i più probabilmente scaricheranno altre app, continuando a restare su Whatsapp), sarà comunque importante perché si darà un segnale forte – tant’è che Whatsapp ha già preso tempo rimandando a maggio il cambio dei termini e condizioni previsto per febbraio. Tra i più giovani l’attenzione a questi temi è ogni giorno maggiore. E tra qualche anno, quando Signal avrà più utenti di Whatsapp, avremo dimostrato che una no-profit può prendere a pesci in faccia una multinazionale. Non male come idea, no?

Non possiamo dirvi quale scelta fare, ma possiamo dirvi quale scelta abbiamo fatto noi. Il gruppo direttivo di Sloweb si è spostato su Signal. Una goccia nel mare? Forse no: un piccolo passo per un web più sostenibile.

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