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Tassare i dati – Perché in Cina prende piede una proposta, ancora distante in Occidente.

di Lucia Confalonieri

I dati in rete e l’uso che ne fanno le grandi piattaforme sono al momento oggetto di una discussione che va oltre il concetto di privacy. Emerge infatti la considerazione che essi forniscono un contributo economico analogamente a lavoro e capitale e che il profitto derivante deve quindi essere condiviso con gli utenti stessi che li generano. La Cina, che da sempre adotta una politica digitale molto aggressiva, è lanciata sulla strada della tassazione, forte del fatto che il governo non ha bisogno di mediare. In Occidente la situazione è ben diversa: negli USA stanno nascendo interessanti iniziative locali (vedi ad esempio le proposte di un senatore democratico nello stato di New York e di un gruppo di esperti in California), ma manca una politica unitaria a livello federale; in Europa la proposta del Digital Service Act è stata sospesa fino al 2023, unitamente alle politiche di tassazione intraprese singolarmente da alcuni Stati membri (inclusa l’Italia), come effetto della negoziazione che ha portato allo storico accordo della Global Minimum tax per le multinazionali.

La tecnologia dei Big Data è quella che, insieme agli algoritmi di Intelligenza Artificiale, anima maggiormente dal punto di vista etico il dibattito pubblico.

Sono infatti in aumento dubbi, peraltro ben fondati, sull’utilizzo a fini commerciali dei dati personali, spesso di natura sensibile, degli utenti delle principali piattaforme.

Se l’Europa si è dotata di una normativa più avanzata rispetto agli Stati Uniti a favore della tutela dei dati personali (GDPR) è interessante vedere cosa sta succedendo in Cina, che ha fatto della trasformazione digitale il motore di sviluppo del paese.

Da un po’ di tempo infatti si parla della possibilità da parte del governo cinese di “tassare” i Big Data, con una percentuale che varia dal 20 al 30%, andando ben oltre la Global Minimum Tax ratificata nell’ultimo G20 e peraltro limitata a un modesto 15%, a partire dal 2023.

Ne parlava circa un anno fa Reuters, riportando a sua volta una notizia di Beijing news – giornale di proprietà del PCC (Partito comunista cinese) – che raccontava della proposta lanciata all’epoca da un funzionario dell’ente regolatore per la sicurezza (China Securities Regulatory Commission).

Tale proposta partiva dalla considerazione che il valore di aziende il cui core business è basato su piattaforme digitali (come, ad esempio, quelle delle due aziende leader Alibaba e Tencent) è in larga parte dovuto alla raccolta dei dati. Ne consegue quindi che i dati agiscono come un contributore economico analogamente a lavoro e capitale e che il profitto derivante da tali dati deve quindi essere condiviso con gli utenti stessi.

Rilancio della proposta in Cina

La proposta è stata riformulata in modo più preciso ed autorevole il 22 Novembre 2021 e riportata su diverse testate asiatiche che seguono da vicino la politica cinese, tra cui Asia Nikkei e SupChina, assumendo un significato particolare rispetto alle dinamiche politiche e sociali che la Cina sta vivendo in questo ultimo anno e mezzo caratterizzato dalla pandemia.

Di queste dinamiche, che potremmo sintetizzare come “crisi del ceto medio cinese”, ne parla efficacemente Simone Pieranni, uno dei massimi esperti italiani di Cina in un articolo su “Il Manifesto” dal titolo “Tasse e paura, la classe media si allontana” .

Se da un lato il Sesto Plenum del PCC ha recentemente riconfermato e rafforzato il ruolo di Xi Jinping, dall’altro sta crescendo il malcontento della classe media, già provata dalle pesanti misure imposte durante la pandemia, e che per la prima volta vede un rallentamento nella propria crescita.

Nel corso dell’intervista fatta a Simone Pieranni nell’edizione 2020 del Digital Ethics Forum a una mia domanda specifica di come la popolazione cinese arrivasse ad accettare un’ingerenza così pesante dello Stato nella propria vita, come ad esempio quella del sistema dei “crediti sociali”, la risposta sinteticamente era stata: “il sistema regge finché viene assicurato un benessere collettivo, in virtù di una crescita economica continua”. Su questo meccanismo di do ut des si è retto non solo l’equilibrio economico ma anche il patto sociale tra lo Stato – e il suo unico organo di governo, il PCC – e i cittadini.

Ma di fronte al rallentamento dell’economia e a segni crescenti di malcontento il governo corre ai ripari, affidandosi di nuovo alla tecnologia, ovvero proponendo un modo per redistribuire i profitti delle Big Tech cinesi – Alibaba e Tencent (proprietaria della superapp Wechat) in primis, tassando le rispettive piattaforme in modo che i profitti derivanti dalla raccolta e utilizzo dei dati degli utenti, possano ritornare agli utenti stessi.

Con questa mossa il PCC in effetti raggiunge due obiettivi: da un lato riprende il controllo dell’ asset principale – i dati – delle Big Tech e di conseguenza la possibilità di esercitare un’influenza diretta e non più mediata sull’opinione pubblica, ridimensionando il potere delle grandi piattaforme, in precedenza lasciate libere di espandersi senza particolari controlli normativi. Dall’altro lato fornisce una risposta concreta alle aspettative frustrate del ceto medio, attraverso la redistribuzione degli utili derivanti dall’utilizzo dei dati.

La proposta pubblica di tassare i dati, lanciata da un autorevole personaggio come l’ex-sindaco di Chongqing, noto economista accreditato presso il governo centrale, si inserisce inoltre in un contesto che vede la riforma del settore operata dal PCC, attraverso la pubblicazione della recente legge sulla privacy (Personal Information Protection Law) e la legge sulla sicurezza dei dati (Data Security Protection Law).

Ma ad un livello strategico la proposta ha ancora più senso perché sposa perfettamente il concetto di “prosperità comune” (gongtong fuyu), di chiara ispirazione confuciana, tradotto nella nuova guida delle politiche economiche redistributive, lanciata da Xi Jinping la scorsa estate.

Il maggiore margine di manovra, e quindi l’efficacia nell’azione della Cina rispetto al mondo occidentale nel regolamentare e ridimensionare il peso delle Big Tech, è strettamente correlato alla natura di potere pressoché assoluto del suo governo. Questa, a nostro avviso, è la ragione per cui una proposta etica e di buon senso come quella della tassazione dei dati stenta a porsi al centro dell’agenda digitale in Occidente in generale ed in Europa in particolare.

Cosa succede negli USA

Negli USA cominciano a nascere iniziative locali, e questo è senz’altro un segnale incoraggiante.

Sono da citare al proposito la proposta (denominata Data Economy Labor Compensation and Accountability Act – DELCAA) del senatore democratico Andres Gounardes nello stato di New York di tassare del 2% le entrate di quanto guadagnato attraverso l’uso dei dati. Tale proposta, che tra l’altro ha ricevuto un’accoglienza positiva bi-partisan, da entrambi gli schieramenti politici, è motivata dal fatto che, secondo l’autore, “l’economia dei dati rappresenta una evidente e crescente, eccezione a due regole fondamentali del capitalismo americano: primo, le aziende che traggono profitto dal lavoro di altri devono risarcire tali “lavoratori” per il valore del loro lavoro (i clic, le sequenze di tasti, l’inserimento dei dati, ecc.) e in secondo luogo, le aziende che traggono profitto dall’estrazione di risorse di proprietà pubblica devono pagare per il diritto di sfruttare tali risorse a scopo di lucro… Il ricavato di tale tassazione potrà essere reinvestito in educazione digitale – soprattutto a favore di anziani e comunità di immigrati – attività di riqualificazione professionale di lavoratori, programmi in ambito STEAM (science, technology, engineering, art and math) e nel campo dell’istruzione attraverso il finanziamento a scuole pubbliche”.

Anche in California ci sono proposte analoghe che però non vengono direttamente da esponenti politici. Tutto è nato nel 2019, dopo un discorso del governatore della California Gavin Newsom , che ha proposto un “dividendo dei dati” per condividere la ricchezza derivante dallo sfruttamento dei dati personali con gli utenti che li generano. Per rispondere all’invito del Governatore un insieme di studiosi, senza connotazione politica esplicita, si è associato nel gruppo California Data Dividends Working Group per rispondere a due quesiti fondamentali: 1) come può essere quantificato il valore dei dati e 2) come può tale valore, essere successivamente redistribuito.

Dicono gli studiosi del gruppo: “L’intuizione critica che motiva il nostro piano è che il valore economico dei dati deriva principalmente dall’aggregazione dei dati generata da grandi gruppi, piuttosto che da un singolo individuo. La nuova generazione di tecnologie, rapidamente emergenti, basate sull’intelligenza artificiale non si concentra sull’analisi dei dati individuali di una persona. Piuttosto, l’intelligenza artificiale “impara” da set di dati aggregati e genera valore applicando queste informazioni agli individui. Pertanto, per progettare un dividendo di dati, dobbiamo pensare in termini di “nostri dati”, non “i miei dati”…. Pertanto, il modo migliore per mitigare i danni di questa economia dei dati – come l’aumento della disuguaglianza, la mancanza di accesso alle opportunità e l’aumento di potenti monopoli delle piattaforme – è trattare i dati come una risorsa collettiva che deve essere gestita attraverso istituzioni adeguate piuttosto che come bene individuale.”

Confrontando i due approcci, cinese e americano, appare evidente come il primo, improntato ad un evidente pragmatismo – riappropriarsi del controllo delle grandi piattaforme e contemporaneamente sciogliere tensioni sociali interne – sia destinato a una più facile realizzazione, grazie alla natura del sistema politico cinese. Il secondo invece, nella difficoltà di trovare una strategia globale, si limita a proposte a livello dei singoli stati ma con una chiara differenza rispetto all’approccio cinese, ovvero aspirare ad una maggiore democrazia, riequilibrando il rapporto di forza tra le grandi piattaforme e gli utenti, senza l’intromissione e il controllo sui dati stessi degli apparati statali.

Cosa succede in Europa

In Europa la proposta di tassare i dati rientrava, insieme ad altre misure variamente presenti in modo frammentario e disomogeneo nei vari paesi nella Digital Service Tax, attualmente decaduta alla luce del compromesso raggiunto tra cinque paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Regno Unito e Austria) ed USA su un regime transitorio in attesa dell’entrata in vigore della nuova Global Minumum Tax per le multinazionali, approvata da 136 paesi OCSE su 140. In pratica i Paesi europei si impegnano ad abolire le tasse sui servizi digitali e il governo americano ritira i dazi punitivi del 25% su alcune categorie di prodotti, annunciati ma comunque già sospesi dal presidente Biden. Analogamente la proposta collettiva dell’Unione Europea di prelievo sui servizi digitali è posposta al 2023.

Ancora una volta la Cina, in virtù del suo pragmatismo e soprattutto del potere assoluto del suo governo, detta l’agenda sul digitale.


NOTA:Il 9 dicembre 2021 l’Antitrust italiano ha inflitto ad Amazon una multa da 1,1 mld per abuso di posizione dominante. Uno degli aspetti contestati riguarda proprio l’utilizzo improprio dei dati degli utenti. In pratica Amazon analizzava il flusso dei dati relativi ai prodotti di maggiore successo dei fornitori affiliati e ne produceva in proprio di simili ad un prezzo leggermente più basso.

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