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I Fili dell’#Odio

“Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita” dice la homepage del social. Bello. Ma allora da dove salta fuori tutto questo odio?

La realtà è che i social – non solo Facebook, certamente – sono diventati il mezzo su cui riversare frustrazioni, scontentezza, e odio. Spesso, su persone completamente sconosciute.

Ne parla magistralmente I Fili dell’#Odio, un documentario scritto da Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito, prodotto da Zerostudio’s e dalla cooperativa Il Salto, con la regia di Valerio Nicolosi e realizzato con la collaborazione di Michele Santoro.

L’odio è un’emozione umana naturale, non va rinnegata o neutralizzata. All’odio però si può cedere ciecamente oppure utilizzare la sua forza per difendersi e reagire con razionalità. Annientamento o discussione.

Il documentario affronta appunto la crescente assenza di discussione democratica a favore di un proliferare di offese e insulti.

I social network sono un terreno fertile per gli sfoghi violenti perchè “la distanza fisica ci dà più libertà nel fare male all’altra persona perchè non la vediamo soffrire negli occhi”. Così afferma Marco Flora, uno dei tre esperti, insieme ad Alex Orlowski e Silvia Brena, che intervengono nel documentario. Insieme a loro le preziose testimonianze di Michela Murgia, scrittrice, Laura Boldrini, deputata, Ada Colau, sindaco di Barcellona, Steven Forti, storico, Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, Martin Gak, giornalista e Tomasz Kitlinski, filosofo.

Il tema è molto complesso e viene analizzato sotto diversi punti di vista, sia per quanto riguarda le moderne modalità di propaganda online (la democrazia sana genera dissenso, discussioni e contestazioni, non fazioni polarizzate che si odiano a prescindere), sia per quanto riguarda le questioni di controllo e censura dei contenuti da parte delle piattaforme stesse su cui vengono condivisi ( quello che in un paese può essere un dissidente, in un altro paese è un rifugiato, chi decide chi ha ragione?).

Gli attacchi non risparmiano nessuno. Da Liliana Segre a Papa Francesco. Gli obiettivi più colpiti sono le donne, ancor di più se in posizioni di potere. Ma anche i migranti, gli stranieri, la comuntià LGBT… Ed è in forte crescita l’antisemitismo.

Se non fosse già abbastanza sconvoglente pensare che ci sono tantissime persone che per il semplice motivo di aver espresso un’opinione si vedono inondate da un mare infinito di sconcezze e insulti, il problema ancora più grosso è che il passaggio dall’hate speech all’hate crime c’è, e come spiega Silvia Brena è più veloce di quanto si immagini. Non sono più solo parole. “Le parole generano gesti” dice Michela Murgia. Senza considerare che pochi sanno che anche in rete bisogna assumersi la responsabilità di ciò che si scrive.

La soluzione a tutto questo c’è. Ed è l’informazione. Imparare a verificare le fonti, a documentarsi, a non credere a ogni parola scritta sul web, basterebbe a ridurre l’eco delle “sparate” e lo sbraitare vuoto dei famosi leoni da tastiera. Le ragioni per la rabbia esistono, ma serve utilizzarla in questo modo? Non si può e non si deve debellare l’odio, ma gli insulti dovrebbero lasciare spazio al confronto e alle discussioni. Queste le conclusioni del documentario… E anche le nostre.

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