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Etica della tecnologia
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Vaccini contro l’abuso dei potenti in rete

Effetti collaterali indesiderati

di Lucia Confalonieri

Le recenti “censure” di alcune Big-Tech – segnalazione dei post di Donald Trump come pericolosi o falsi e rimozione successiva del suo account dalle principali piattaforme, Facebook e Twitter in primis – s’incrociano strettamente con i recenti fatti traumatici della politica americana, anche se il loro impatto va ben oltre gli USA.

In particolare queste censure hanno avuto un effetto immediato sui supporter radicali di Donald Trump e più in generale sui movimenti di estrema destra negli USA.

Un effetto analogo si è verificato su un altro versante, apparentemente distante dalla politica, quando Whatsapp ha deciso di cambiare i termini del servizio e, in caso di non accettazione da parte dell’utente, di precluderne l’accesso.

Il legame tra i due fenomeni è la migrazione verso altre piattaforme di nicchia, ambienti di messaggistica, come Signal e Telegram e social network minori.

In particolare tra chi ha scelto tali piattaforme alternative a Whatsapp c’è anche una rappresentanza della galassia dell’estrema destra americana, che spazia dai Boogaloo Bois ai Proud Boys, ai seguaci di QAnon fino ai follower di #Stopthesteal e ai No-Vax radicali. Il rimanente della galassia ci è arrivato dopo che Amazon ha spento i server che ospitavano la piattaforma di nicchia Parler, tradizionalmente utilizzata dagli estremisti di destra mentre Apple e Google l’avevano tolta dai rispettivi store.

In un recente articolo la CNN racconta che questi utenti si sono spostati dalle barricate fisiche di Capitol Hill alle piattaforme di messaggistica alternative a Whatsapp e – aggiungono alcuni esperti di sicurezza – questa migrazione è caratterizzata da un messaggio unificato di odio rivolto sia al potere della parte politica avversa, identificata nei democratici americani, che alle Big-Tech.

In questo caso la piattaforma scelta per la migrazione è soprattutto Telegram, fatto confermato anche da Insider in quanto tale piattaforma presenta due caratteristiche confacenti gli obiettivi eversivi di questa tipologia di utenti: viene svolta un’attività di moderazione molto blanda (anche se c’è appena stata una promessa di rafforzarla da parte della società) ed è disponibile una funzione di ricerca per reperire soggetti omogenei ad una certa linea di pensiero.

Infatti, secondo Angelo Carusone – fondatore e CEO di Media Matters for America, intervistato da CNN – questi utenti stanno sfruttando queste caratteristiche di Telegram per “cercare nuovi adepti” scambiandosi anche indicazioni tattiche per il reclutamento, quali ad esempio usare un linguaggio pseudo-moderato in modo da attirare il maggior numero di persone possibili.

Inoltre, secondo l’FBI, dopo il cambio di piattaforma diventa molto difficile monitorare questi personaggi (i cui account precedentemente erano noti e quindi tracciabili) così come è improbabile trovarli casualmente.

Sempre secondo l’FBI, questo, unitamente al fatto che c’è una tendenza a organizzare “proteste armate” – su scala minore rispetto all’attacco di Washington – contro i parlamenti dei vari stati, indirizzando target più specifici (vedi il piano, per fortuna sventato, di rapire la governatrice del Michigan) rende più difficile individuare nelle pieghe della piattaforma di messaggistica le persone coinvolte in tali iniziative.

Un metodo questo, insieme alle modalità soft di reclutamento in rete dei nuovi adepti, utilizzato a suo tempo dall’ISIS.

Ovviamente non si tratta di demonizzare Telegram e Signal ma è bene diventare consapevoli che anche piattaforme generaliste possono diventare terreno di organizzazione di azione eversive e di reclutamento di nuovi adepti, oltre che di propaganda di notizie false.

Secondo altri osservatori, come ad esempio Ethan Zuckerman, blogger ed esperto di nuovi media, recentemente intervistato da Repubblica, il fenomeno di rimozione (“deplatforming”) di Trump e di molti suoi seguaci dalle maggiori piattaforme può stimolare importanti cambiamenti online, come ad esempio un’accelerazione nella frammentazione dei social media per linee ideologiche. In ogni caso secondo Zuckerman “Trump attirerà un sacco di pubblico ovunque vada il che potrebbe significare più piattaforme con un pubblico più piccolo e più ideologicamente isolato”.

Secondo il New York Times e Insider invece ci sarà un fenomeno misto, già parzialmente visibile in particolare dopo lo spegnimento di Parler: lo spostamento su piattaforme di nicchia (social network o ambienti di messaggistica), tra cui Gab (un equivalente, anche in termine ideologici, di Parler), MeWe, Rumble and CloutHub, insieme all’infiltrazione su piattaforme più note come Telegram e Signal.

Ma il problema riguarda anche l’Italia e l’Europa?

Certamente si. Un caso analogo è avvenuto in Italia con Casa Pound la cui emanazione editoriale, “Il primato nazionale” è stata bannata da Facebook. Più in generale lo scorso maggio il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) ha lanciato un allarme perché allo scoppio della pandemia l’Italia è stata ritenuta un terreno fertile per la propagazione di fake news – molte provenienti dai siti di QAnon e No-Vax – aventi l’obiettivo di destabilizzare l’Unione Europea (notizia ripresa da tutti i quotidiani, tra cui Repubblica e agenzia di stampa).

Come dice Luciano Floridi, filosofo e Direttore del Digital Ehics Lab di Oxford: “«Facebook e gli altri sono giganti fragili e gli Stati hanno il potere e il dovere di intervenire. Ma dire che la legislazione non è in grado di rincorrere la tecnologia è una panzana. Perché non deve rincorrerla, ma direzionarne lo sviluppo»

E infatti l’Unione Europea, che ha già prodotto con il GDPR la normativa più avanzata al mondo per la protezione dei dati, sta lanciando un’iniziativa simile per regolamentare contenuti e dinamiche di mercato in rete, rispettivamente con il Digital Services Act e il Digital Market Act.

Di fronte quindi all’assenza di governance da parte degli USA che hanno lasciato al mercato la propria autoregolamentazione (Big Money) o al pugno di ferro esercitato dal Partito Comunista in Cina (Big State) si contrappone la strada del diritto dell’Unione Europea, attraverso la condivisione di strumenti legislativi sovranazionali (Big Law).

Whatsapp e privacy

Negli ultimi giorni sono circolate diverse notizie su un presunto cambiamento dei terms and conditions di Whatsapp. Si diceva tutto e il contrario di tutto, e quindi a un certo punto non ci abbiamo capito più niente neanche noi. 

Che fare? Secondo le mode del momento avremmo dovuto buttarci su Facebook per capire, ma noi abbiamo seguito la logica e andando controcorrente ci siamo rivolti a un esperto 🙂 Abbiamo chiesto aiuto a uno dei nostri soci, Enrico Ferraris, avvocato esperto nella protezione dei dati personali. 

Cosa è successo? 

Da un certo punto di vista la questione è molto semplice. Whatsapp ha segnalato un cambiamento dei termini di servizio che riguardava una modifica di alcuni aspetti relativi alla condivisione di informazioni con Facebook. O si accettavano i cambiamenti o non si usava più il servizio. La notizia è stata ripescata dalla stampa estera e riciclata in Italia. Peccato che i termini e condizioni di uso e la privacy policy dell’app negli Stati Uniti e in Europa siano molto diversi. Per cui sì, qualcosa cambia, ma a livello di condivisione dati con Facebook non per noi che siamo sotto la giurisdizione europea (più cauta). È stato sollevato un polverone per nulla. A noi europei su Whatsapp non cambia niente.

Si, ma… 

Già, ma se noi siamo riparati dal nostro scudo made in EU, non è così per tutti. Lo scandalo che ha sollevato il polverone ha in realtà anche messo in luce l’enorme potere che le grandi aziende del digitale hanno nei confronti dei consumatori di tutto il mondo. 

Innanzitutto perché le condizioni d’uso e le privacy policies dovrebbero essere chiare e concise e non lo sono mai. Poi perché quello che realmente viene messo in pratica da chi gestisce i dati può essere controllato solo da specifici enti (in Italia il garante della privacy, ad esempio), e questo di solito avviene solo in casi eccezionali. Per il resto bisogna affidarsi alla fiducia. Infine, perché il principio del “o così o te ne vai”, cosa che al di fuori dell’Europa è avvenuta davvero con Whatsapp, è tipica dei prepotenti. Che in questo caso hanno talmente tanti utenti – 2 miliardi – che se qualcuno di loro va su Signal o Telegram non importa, tanto gli altri restano e stanno alle loro pessime condizioni.

La nostra riflessione

Alla fine della storia, quello che abbiamo capito è che la questione di Whatsapp non è una questione tecnica. È una questione politica con aspetti tecnici. Su Whatsapp la cifratura è end-to-end  ovvero i messaggi sono “leggibili” solo dal mittente e dal destinatario, ma i metadati – con chi ho parlato, quando, per quanto, da dove… – sono a disposizione dell’operatore, esattamente come capita per un operatore GSM, tipo Vodafone. Su Telegram le conversazioni non sono cifrate end-to-end ma solo fino al server; questo vuol dire che l’operatore ne ha la chiave. Signal utilizza lo stesso protocollo di cifratura end-to-end di Whatsapp (o meglio, è Whatsapp ad utilizzare il protocollo Signal), ma il codice sorgente sia del server sia dei client è open source, quindi verificabile da chiunque abbia sufficienti competenze tecniche. Però, su Whatsapp ci sono tutti, su Telegram e Signal si sta spostando qualcuno, ma  i numeri al momento sono molto più bassi. 

Un’analisi multidisciplinare delle applicazioni di messaggistica Signal, Telegram e Whatsapp, con anche Enrico Ferraris (al minuto 9:35)

La ratio alla base dei diversi servizi è che corrispondono a diversi casi d’uso: se un avvocato ha delle conversazioni molto confidenziali ha senso che vengano fatte su Signal, non su Whatsapp. Ma per inviarsi gli auguri di Natale tutta sta segretezza non è che sia fondamentale.

Alla luce di queste informazioni si possono fare due cose:

  • Diversificare i propri servizi in base alle necessità e ai casi d’uso. Un compromesso tra la necessità di salvaguardare la propria privacy e la possibilità di restare in contatto con chi è su altre app. Che però porterebbe a un inevitabile aumento dei dati prodotti, spazio occupato, ecc…
  • Fare un gesto simbolico, una presa di posizione. Spostarsi da Whatsapp ad altri social più rispettosi della nostra privacy (Signal ci piace tanto, è una no-profit come noi, l’Unione Europea chiede al suo staff di usarla per aumentare i livelli di sicurezza, ed è la scelta di Edward Snowden). Se anche a spostarsi fosse una minoranza (i più probabilmente scaricheranno altre app, continuando a restare su Whatsapp), sarà comunque importante perché si darà un segnale forte – tant’è che Whatsapp ha già preso tempo rimandando a maggio il cambio dei termini e condizioni previsto per febbraio. Tra i più giovani l’attenzione a questi temi è ogni giorno maggiore. E tra qualche anno, quando Signal avrà più utenti di Whatsapp, avremo dimostrato che una no-profit può prendere a pesci in faccia una multinazionale. Non male come idea, no?

Non possiamo dirvi quale scelta fare, ma possiamo dirvi quale scelta abbiamo fatto noi. Il gruppo direttivo di Sloweb si è spostato su Signal. Una goccia nel mare? Forse no: un piccolo passo per un web più sostenibile.

Buoni propositi: digital detox dopo le feste

Spesso all’epifania, dopo i fasti natalizi, tanti annunciano buoni propositi di disintossicazione. Certo, generalmente si parla di cibo, ma perchè non sfruttare l’inizio di un nuovo anno per cambiare in meglio anche altre abitudini?

Digital detox

Stiamo parlando di digital detox, ovvero di disintossicarsi dall’uso dei dispositivi digitali.

Siamo felici di leggere che quest’anno si sono venduti molti più libri, forse a discapito di videogiochi, telefoni, tablet, ecc..? Visto che in due lockdown abbiamo fatto il pieno tra DAD, smart working, e zoom con la famiglia, si è tornati ad avere bisogno di regali che distolgano dagli schermi.

Ma se le feste sono una pausa per prendere un attimo di respiro, come consigliato nel video di Wunderman Thompson Italy (qui sotto), le buone abitudini acquisite in questi ultimi giorni – magari senza che ce ne accorgessimo troppo – è bene che non vadano perse.

La ripresa del lavoro e delle scuole porterà nuovamente con sé tante ore online. Per non ricadere nel tunnel possiamo provare alcuni accorgimenti che ci permettano di ridurre il tempo connessi.

Se anche voi, poi, avete visto Social Dilemma e siete rimasti delusi dal fatto che si parla tanto del problema, ma che le soluzioni sono buttate lì in 30 secondi durante i titoli di coda, ecco alcuni consigli pratici da tenere a mente.

Come disintossicarsi dal digitale:

Come per le diete è impossibile e irrealistico passare dai pranzi di Natale a un regime di  sedano, carote e acqua fresca, anche la digital detox deve partire da piccoli passi. Ecco i nostri consigli per iniziare una disintossicazione digitale al di fuori del lavoro o dello studio.

Riprendersi i propri spazi

Il telefono è sempre con noi, come se fosse una parte del corpo. Imparate a lasciarlo sempre nello stesso posto: su una mensola, nello svuota tasche, sulla scrivania. In questo modo la presenza dello smartphone non sarà invasiva, seguendovi ovunque andiate, e sarete più coscienti di quante volte andate a controllarlo (vedi sotto).

Spegnere le notifiche

Le notifiche sono dei veri e propri richiami degli smartphone (ne abbiamo parlato in questo articolo): funzionano come le grida di un bambino per la sua mamma. Spegnendole la vostra mente sarà più libera e serena. Se poi avete delle necessità particolari, qualsiasi telefono permette di impostare opzioni diverse e specifiche per ogni app. Non ci sono scuse.

Stabilire delle pause

Un giorno un amico ci disse: “mi accorgo se è stato un bel week-end da quanto è carico il mio cellulare”. Ci sono dei momenti in cui abbastanza spontaneamente si usa meno il telefono (per molti è il fine settimana, per altri la sera a seconda delle abitudini, degli stili di vita e delle cose da fare). Questo perché si è maggiormente concentrati su altro, o si fanno cose più coinvolgenti, si sta insieme ad amici e famiglia. Stabilendo a priori dei momenti di stacco sarà più facile prestare maggiore attenzione a quello che si sta facendo, e sarà sempre più semplice e spontaneo estendere il tempo delle pause.

Monitorare le proprie abitudini

Davanti all’evidenza non si può mentire. Ci sono tantissimi programmi – anche all’interno dei sistemi Android e Apple stessi – per monitorare le proprie abitudini di utilizzo. Una volta scoperto quante ore passate davanti allo schermo arriverà la secchiata di acqua gelida e un minimo di presa di coscienza, promesso.


Oltre ad utilizzare questi accorgimenti di digital detox nei vostri momenti liberi, se possibile, mantenete queste pratiche anche durante il lavoro o lo studio. Vi accorgerete che la vostra concentrazione sarà decisamente migliore e riuscirete a fare tutto in maniera più efficiente.

Fioretti per l’anno nuovo

Provate a iniziare l’anno con una di queste esperienze:

  1. Fare una passeggiata senza portarsi dietro lo smartphone
  2. Andare a dormire lasciando lo smartphone in un’altra stanza
  3. Mettere via il telefono quando si è con amici e famiglia
  4. Non portare il telefono a tavola
  5. Astenersi dallo scroll infinito di notizie per una sera

Fateci sapere quale provate, e dicteci come va.

Infine, vi sveliamo che corso del 2021 partirà la partnership di Sloweb con Alessio Carciofi per un Osservatorio per il benessere digitale. Seguiteci e non perdetevi nessun aggiornamento, saranno a vostra disposizione tantissime informazioni utili per un uso corretto delle tecnologie sul lavoro, a scuola e in famiglia.

Hackers fascisti su Zoom

Venerdì pomeriggio abbiamo, come tanti, partecipato su Zoom alla presentazione pubblica di Tempo Curioso, un progetto per il contrasto della povertà educativa minorile finanziato da Con i bambini. 

Tutto ci saremmo aspettati meno che la presentazione online venisse hackerata con la comparsa sullo schermo di svastiche e bestemmie e audio inneggianti al Duce. Bloccando gli utenti, rientravano subito dopo con altri profili, tutti evidentemente falsi.

L’episodio in sé ci ha turbati, ma i valori di solidarietà ed educazione inclusiva che il progetto stesso rappresenta erano più forti e la conferenza è andata avanti fino alla fine.

Il problema però non è isolato; consolidando varie fonti si verifica che ci sono stati molti episodi simili nelle ultime settimane: attacchi durante una conferenza contro la violenza sulle donne, webinar ambientalisti, riunioni ANPI, persino durante l’open day di una scuola elementare. Davanti ai bambini video porno e inni nazisti al grido di “vi uccidiamo tutti”.

Questo purtroppo non ci stupisce, ne abbiamo parlato la settimana scorsa  a proposito del documentario sull’odio online. Deve però spingerci a riflettere. Come Sloweb non ci basta preparare adulti e bambini per attacchi del genere, rendendoli allerti del fatto che queste cose online possono succedere.

Dobbiamo pretendere che vengano prese delle misure per arginare con efficacia eventi simili. Soprattutto per determinati ambienti. Un’azienda può comprare servizi o piattaforme con alti livelli di sicurezza, una scuola no. Deve essere lo Stato a fornire strumenti pubblici per il governo democratico degli spazi di uso pubblico; strumenti tecnici, di informazione e di educazione.

Al giorno d’oggi tutti i bimbi e ragazzi, dalla materna all’università, sono su Zoom e simili, dove in mezzo a una lezione possono apparire liberamente tette e culi, svastiche, minacce di morte. Non è accettabile, lo abbiamo detto da un pezzo. 

Come cittadini siamo tenuti a informarci  e comportarci in maniera corretta per creare un ambiente digitale pulito, libero e sereno, a fare la nostra parte. Allo stesso tempo però, dobbiamo pretendere da chi ci fornisce gli strumenti digitali tecnologie adatte, disegnate non per la dipendenza ma per un uso sostenibile, e soprattutto accessibili a tutti con standard minimi di sicurezza. 

Se le scuole hanno dei cancelli e una portineria il motivo c’è. Nella DAD questo non viene minimamente preso in considerazione. Dei bambini che fanno lezione devono essere protetti, a prescindere dalle competenze di chi gli insegna. Non tutti gli insegnanti fanno judo o karate, ergo i cancelli. Non tutti gli insegnanti sono geni della comunicazione o dell’informatica, ergo programmi sicuri. Questa dovrebbe essere la norma, da aggiungere, ovviamente, alla consapevolezza che è necessaria formazione sull’uso dei mezzi digitali.

Solo così il digitale può aiutare a spazzare via l’uso improprio da parte di ignoranti di nuova veste e antichi malcostumi.

Accesso neutrale ai servizi TV in streaming

di Franco Marra

La strada dell’inferno è larga e in discesa (prov.)

Premessa e scopo del documento

La “neutralità della rete” è il principio giuridico secondo il quale nessuno può essere discriminato nell’uso di Internet. Ma si può parlare di neutralità nell’accesso quando il numero e il tipo di servizi fruibili nel web è artificialmente stabilito da chi li fornisce? Quando esistono limitazioni al di là di quanto dettato dal potenziale della tecnologia? O quando l’utente, per incompetenza, abitudine o pigrizia, rinuncia all’uso dei motori di ricerca e si affida solo a servizi già impacchettati commercialmente?

I motori di ricerca indicizzano in pratica tutte le informazioni legittimamente esposte su Internet, ma trovare ciò che si desidera richiede competenza e pazienza nella formulazione delle query. Molto più facile attivare una app da un bouquet già presente sullo schermo. La strada dell’inferno è larga e in discesa.

Questa forma sottile di digital divide colpisce soprattutto chi accede all’informazione e all’intrattenimento attraverso i servizi TV dopo la migrazione dal broadcast radio allo streaming Internet. In primis si troverà ad affrontare difficoltà cognitive legate al cambio del paradigma di interfaccia, dalla selezione di un programma mediante telecomando, alla selezione di una app e successiva navigazione ipertestuale tra immagini e menu. Successivamente, invece di scegliere tra la globalità dei servizi consentiti dal sintonizzatore della sua TV, potrà solo aprire una app tra quelle configurate dal produttore del suo apparato, e per ogni operatore a navigare solo tra i contenuti da lui pubblicati. Altre app sono scaricabili dagli store, ma gli stessi store non sono neutrali, dato che “vendono” solo i contenuti che favoriscono il modello di business degli operatori loro proprietari; e allo stesso modo, sul suo apparato TV, l’utente troverà solo le app che favoriscono il modello di business del produttore.

La mancanza di neutralità all’accesso assomiglia alla mancanza di biodiversità, e porta, in modo simile a come la poca differenziazione in natura conduce alla fragilità delle specie, al depauperamento della creatività e dell’innovazione, a una deprimente uniformità nei contenuti, ad un abbassamento della qualità di quanto trasmesso, all’aggregazione dei servizi nella mani di pochi dominanti (a dispetto della neutralità della rete) e alla propagazione di pregiudizi culturali. In sintesi, al rutilante e superficiale “pensiero unico” del capitalismo della Società dell’Informazione.

In questo articolo si cerca una soluzione a questo problema proponendo un insieme di nuove interfacce che salvaguardino la neutralità all’accesso ai servizi, garantendo che la loro scelta sia, per quanto possibile, limitata solo dalla tecnologia di Internet e del web, e che riproducano al meglio l’esperienza d’uso dei mezzi più tradizionali, in modo da rendere più indolore possibile la migrazione degli utenti verso Internet.

Si inizia discutendo brevemente del perché l’accesso alle tradizionali trasmissioni in broadcast radio fosse implicitamente neutrale, per passare poi ad una breve disamina della tecnologia che permette lo streaming video sulla TV, evidenziando come le interfacce d’uso molto abbiano perso in neutralità rispetto al passato.

Dopo una rivisitazione del concetto di neutralità di accesso, si indica come il recupero di quote significative di questa possa passare attraverso nuove interfacce in grado di accedere a tutte le fonti disponibili, onorare per quanto possibile la legacy rappresentata da quelle tradizionali, e contemporaneamente di consentire la fruizione di quel valore aggiunto (informazioni di contesto, presentazione dei contenuti più graditi etc.) che la tecnologia del web consente.

Si sottolinea come l’uso dei particolari dispositivi (dongle) permetta già l’adattamento dei tradizionali apparati TV allo streaming. Adottandoli in massa, si può consentire al pubblico il recupero di buona parte del parco installato costituito dai “vecchi” televisori, rendendolo più robusto rispetto a cambiamenti tecnologici e trasmissivi. Questo aspetto e il suo basso costo fa del dongle il dispositivo ideale per il dispiegamento delle interfacce proposte nel seguito.

Tutto ciò, neutralità, qualità dei programmi, consentire la parola a tutti, rispetto delle abitudini d’uso degli utenti, abbattimento delle barriere di accesso e salvaguardia degli investimenti, costi di migrazione limitati possono essere considerati componenti non trascurabili della missione di un Servizio Pubblico, in grado di favorire anziani, persone a basso reddito e la inclusione degli immigrati, e di garantire creatività e diversità nella produzione di contenuti. Senza contare il vantaggio estetico per le nostre città dovuto alla diminuzione del numero di  parabole satellitari installate sui balconi e sui tetti degli edifici..

Alla luce di tutto ciò, si propone che la RAI Radiotelevisione Italiana si assuma la responsabilità della messa in opera e della gestione di servizi simili a quello tratteggiato in queste pagine.

Broadcast e streaming: storia, servizi e dispositivi

Il broadcast radio

La radio e la TV “tradizionale” si appoggiano su servizi radio in broadcast. Nel caso della radio, questo comporta una implicita neutralità del servizio. Se uno ha un apparecchio radio sufficiente “potente” è in grado di sentire le emittenti di tutto il mondo (Figura 1). Storicamente famosi furono in questo senso i servizi della BBC World Service o di Radio Europa Libera (e altri) che consentirono, grazie alla neutralità del medium, la conservazione dell’identità (britannica) e la propagazione dei valori occidentali nel mondo, malgrado l’esistenza di monopoli nazionali costituiti su base normativa e talvolta a forte caratterizzazione politica.

Questa capacità di accesso “neutrale” è anche nella natura di Internet e del web, prova ne sia il fatto che la rete è stata e viene utilizzata con alterne fortune e tra molte ingenuità dagli oppositori politici dei regimi dittatoriali e, in modo molto più robusto, dagli stessi governi per le loro azioni di propaganda politica1.

Nel caso della TV tradizionale e della radio a modulazione di frequenza, la banda relativamente larga necessaria alla trasmissione di fatto limita il raggio geografico di accesso ai servizi, data l’impossibilità di sintonizzarsi con emittenti non prossime. Questo limite tecnologico ha per molto tempo rinforzato il monopolio che molti governi avevano instaurato, sotto l’etichetta di “servizio pubblico” nel campo delle trasmissioni radio, data la necessità di reti nazionali di ripetitori per assicurare la contemporanea nelle trasmissioni. Sono così nate forme di monopolio pubblico in campo radiotelevisivo, dichiaratamente a scopo pedagogico ed educativo, ma anche al servizio della diffusione di modelli di pensiero unico. In Italia, il passaggio dal controllo governativo a quello parlamentare provocò una parcellizzazione al servizio delle forze politiche, ma non un’effettiva libertà di scelta, che non fosse all’interno del giardinetto precostituito dallo scenario politico. Uniformità particolarmente evidente guardando il tipo di contenuti trasmessi.

La frattura in questo schema, che segnò il passaggio dal servizio pubblico all’iniziativa privata e a un modello di business basato sulla pubblicità, fu la mitica Radio Caroline, che iniziò le sue trasmissioni nel 1964 da un vascello in acque internazionali, e che si impose trasmettendo musica rock, in barba alla regolamentazione sui diritti d’autore (giustificando il termine che si diffuse ovunque di “Radio Pirata”), ma assicurando paradossalmente il successo popolare della musica dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Who, allora sistematicamente ignorati dalla paludata BBC. L’importanza di tollerare la pirateria in nome dello share, una lezione di marketing ben appresa e utilizzata dopo poco più di un decennio da Microsoft.

Negli anni 70 in Italia il limite normativo che proibiva le simultanee a livello nazionale tramite rete di ripetitori, venne provocatoriamente superato attraverso la distribuzione di cassette registrate con contenuti che sarebbero stati poi trasmessi su base locale ad orari sincronizzati. Dopo tutta una serie di vicende giudiziarie con riflessi politici alla fine si affermò anche in Italia il diritto di trasmettere su base nazionale (tramite ripetitori e satelliti), spalancando la porta ai privati e alle logiche di mercato. Non più solo quindi un servizio pubblico (RAI Televisione Italiana), ma altri modelli di business basati sulla pubblicità (Mediaset) o sulla pay TV (Sky) o su entrambe, anticipatori in qualche modo dei modelli di servizio che sarebbero stati dispiegati qualche decennio dopo in Internet. 

Internet e lo streaming

Oggi è possibile fruire di servizi TV (o più in generale video) tramite un altro medium, lo streaming internet. Questa tecnologia non ha in sé limiti impliciti di copertura, se non dovuti a fenomeni di digital divide legati alla larghezza di banda in via di progressivo superamento, ed è potenzialmente neutra grazie alla neutralità della rete. Ne è prova l’esistenza di numerose Internet Radio. Con un servizio di internet radio, si è in grado di “sintonizzarsi” in pratica con emittenti provenienti da ogni parte del mondo semplicemente cliccando sul nome della sorgente (Figura 2). Un po’ come si faceva una volta, sintonizzando la propria radio sulle onde “lunghe” alla ricerca della stazione desiderata.

A differenza delle Internet Radio, a causa dei costi impliciti del modello di business (costi di produzione, diritti etc), la trasmissione di contenuti video risulta invece di fatto accentrata nelle mani di pochi fornitori (Netflix, Google, Amazon, Apple etc), che reinterpretando il defunto modello Blockbuster, propongono in rete store di contenuti, magari come parte di un’offerta più ampia che include giochi o beni fisici.

L’accesso a questi servizi è possibile, oltre che da PC e smartphone, dalle cosiddette smart TV e, per tutti gli apparecchi TV dotati di almeno una porta HDMI, tramite i modelli più evoluti dei cosiddetti dongle. (Figura 3), piccoli dispositivi che si inseriscono nelle porte HDMI dei televisori.

L’interfaccia utente è quella tipica di un portale web: specifica dell’operatore, attraverso di essa si entra nel mondo dei servizi disponibili: trasmissioni live, trasmissioni registrate che si possono rivedere, contenuti on demand etc. I contenuti e il modo di fruizione riflettono in qualche modo la mission dell’operatore (broadcaster TV, operatore di contenuti on demand etc). In Figura 4 e Figura 5 riportiamo due esempi, il primo per RAIplay, broadcaster TV, il secondo per Prime TV di Amazon, fornitore di titoli on demand.

I dispositivi di streaming

Le smart TV e i dongle hanno in sé varianti del sistema operativo Android che consentono il collegamento tramite il WiFi di casa agli altri dispositivi utenti (ad es smartphone), e naturalmente l’accesso ad Internet. 

Vi sono due tipi di dongle, il primo, più semplice, utilizza lo schermo TV per riprodurre contenuti disponibili tramite le app ospitate sullo smartphone. App che però devono essere progettate apposta secondo protocolli di trasmissione che si appoggiano al WiFi. Così ad esempio funziona Chromecast di Google, che consente la visione sul televisore dei contenuti streaming di Google (ad es. quelli di Youtube) e di quelli degli operatori che hanno aderito a questo standard (ad es. Netflix). Analogamente, una specifica versione di Chromecast consente la trasmissione audio verso i riproduttori musicali come i tradizionali impianti HiFi. In questo modo, lo smartphone assume il ruolo di telecomando “verso Internet” della televisione o del sistema HiFi.

Il secondo tipo di dongle è più evoluto, ed è quello che usiamo come riferimento nel corso di quest’articolo. A differenza del primo, ha la capacità di ospitare e far girare delle app ed è dotato di una sorta di “tradizionale” telecomando come dispositivo che emula il touch dello smartphone sullo schermo TV (figura 6). Tra le funzioni, la capacità di installare ulteriori app che siano state certificate sul dispositivo stesso. In questo modo lo smartphone diventa marginale.

Di fatto, questo secondo tipo di dongle permette ad un televisore tradizionale, purché dotato di porta HDMI, di diventare una smart TV. Attraverso i dongle (che fanno parte integrale del servizio) gli operatori cercano di penetrare il mercato TV aggredendo anche il parco di installato più tradizionale, con l’obiettivo di orientare e intrappolare il consumatore all’interno della propria offerta. La fidelizzazione avviene tramite l’insieme delle app effettivamente eseguibili, sia perché presenti nel catalogo di quelle installate inizialmente sul dispositivo sia perché commercialmente disponibili nello store dell’operatore.

Gli esempi da noi analizzati di dongle di questo secondo tipo sono Google Chromecast con Google TV, Amazon fire Tv Stick e Xiaomi TV Stick

Singolare il caso di Xiaomi, che non è un fornitore di servizi e il cui modello di business è la produzione e il commercio di dispositivi elettronici (ma non di televisori). In questo caso, e al contrario di come capita con i dongle Google e Amazon, il dispositivo appare essere di per sé l’oggetto principale del modello di business. Come nel caso delle smart TV, questo dispositivo quindi non dovrebbe in linea di principio risultare associato ai contenuti particolari di qualche operatore. In altre parole, l’insieme delle app disponibili e scaricabili dovrebbe corrispondere solo a quanto necessario a massimizzare le vendite del dispositivo. Dovremmo essere di fronte, insomma, a un dispositivo “neutro” nei confronti degli operatori, anche se, evidentemente, orientato ai contenuti più popolari.

Reinterpretazione del concetto di neutralità

Alla luce di quanto descritto sopra, proponiamo la seguente definizione: “un dispositivo di accesso ai servizi Internet di intrattenimento e streaming è neutrale quando l’insieme dei componenti funzionali che garantiscono l’accesso installabili sul dispositivo  dipende solo dai vincoli tecnologici dello stato dell’arte”.

La neutralità di un dispositivo di accesso può essere conseguenza di un contrasto di interessi dovuto ai diversi modelli di business dei produttori e degli operatori, oppure potrebbe essere una caratteristica esplicitamente richiesta se il dispositivo è un componente di un pubblico servizio. Come proponiamo in questo articolo.

Legacy e user experience

La user experience dell’utente di una TV tradizionale consiste nella possibilità di sintonizzare il dispositivo su tutti i canali disponibili nella banda delle frequenza ammesse e nella selezione della banda desiderata mediante un tasto numerico su un telecomando. I contenuti dei programmi non sono multimediali e ipertestuali e una volta fruiti generalmente non sono più accessibili. La guida ai programmi (e al numero che specifica la frequenza) viene effettuata mediante una “Guida TV”, nella maggior parte di casi cartacea, che specifica i palinsesti delle varie emittenti fornendo informazioni aggiuntive per ogni programma. A parte quest’ultima fonte, i metadati associati ai programmi sono accessibili solo in piccola parte

Questa legacy, non supportata dai dongle in commercio e importante per tutti coloro che hanno poca esperienza di Internet (particolarmente per le persone anziane), diventa critica nei momenti di aggiornamento del parco installato degli apparecchi TV, dovuti ad obsolescenza del dispositivo, a cambiamenti tecnologici (analogico vs. digitale) o a migrazione delle frequenze (ad es dovuta all’utilizzo di bande TV da parte del 5G), che obbligano all’acquisto di nuovi televisori o all’aggiunta esterna di sintonizzatori (decoder)

D’altra parte l’enorme diffusione degli smartphone ha fatto sì che il paradigma touch / app sia ormai ben compreso dalla gran parte della popolazione, anche anziana.

Queste considerazioni giustificherebbero, a nostro parere, la nascita di una nuova interfaccia mista che utilizzi al meglio gli elementi di entrambi i modi di interagire: app, store, telecomando e Guida TV. La Guida TV, spesso sottovalutata perché tradizionale componente di stampa “gossip”, ha un ruolo fondamentale come “menu” di accesso ai programmi.

Come esempio, nelle figure 7 e 8, riportiamo due delle interfacce della app Guida Tv + attualmente disponibili negli store Google e Apple e installabili su qualunque smartphone.

Verso un accesso pubblico e neutrale ai servizi di intrattenimento in rete

In Italia la Rai ha una posizione privilegiata in quanto percettore di canone, giustificato dal ruolo di fornitore di pubblico servizio.

Alla luce di quanto discusso fino ad ora vogliamo provare a ridefinire questo suo ruolo nel contesto dei servizi web.

La Rai può assolvere al suo ruolo di fornitore di pubblico servizio in Internet garantendo un accesso neutrale al web a tutti i televisori che rispondano a requisiti tecnologici minimi quali la presenza di una porta HDMI. Il servizio può essere fornito tramite un dongle “Rai-specifico” dotato di telecomando, dalle seguenti caratteristiche di massima:

  1. Sistema operativo Android neutro con codice ispezionabile. Neutro significa che l’OS non include meccanismi nativi di privilegio verso alcun operatore di servizi: corrisponde in sostanza al livello di neutralità di uno smartphone o un web PC fornito da un produttore leader di mercato e che in quanto tale non ha dipendenze all’interno del suo modello di business nei confronti degli operatori di servizi in rete. Il riferimento può essere il dongle di Xiaomi.
  2. Una “main” app con funzioni di Guida Tv in Streaming. Come riferimento funzionale vedi la già citata app Guida Tv + (di cui si consiglia l’installazione sullo smartphone a scopo di verifica).
  3. Fruizione del programma desiderato mediante selezione con telecomando direttamente a partire dalla Guida TV. 
  4. Capacità di permettere all’utente tramite uno store “neutro” la contrattualizzazione del rapporto con tutti gli operatori per accedere ai servizi web a valore aggiunto, con eventuale aggiornamento automatico dei contenuti della Guida TV. 
  5. Ricerca e accesso a tutti i contenuti video in streaming raggiungibili. Come riferimento vedere l’app World TV (di cui si consiglia l’installazione sullo smartphone a scopo di verifica), che è in grado di garantire, sul modello delle internet radio un accesso neutrale alle fonti TV raggiungibili in Internet (vedi figure 9 e 10).
  6. Funzioni tipo Chromecast per la visione di contenuti sullo smartphone.
  7. Browser.
  8. App con funzioni di accesso ai servizi del dongle (principalmente configurazione).

La “main” app “Guida TV” potrebbe essere automaticamente attivata all’accensione del sistema (fornendo così di default la “vista” di legacy), e uno specifico tasto simile al tasto home degli smartphone permetterebbe di commutare alla “vista” basata sulle app, da cui si può evidentemente tornare indietro riattivando stessa la app “Guida TV”.

Criticità, limitazioni e ulteriori necessarie verifiche

Quanto proposto sopra vale solo per i servizi in streaming internet e non in broadcast radio terrestre o satellitare, sulla base di un previsto sempre maggiore utilizzo di Internet.

Sono da esplorare i meccanismi tecnici e contrattuali in grado di assicurare dalla Guida TV l’accesso diretto alle trasmissioni live che compongono i bouquet degli operatori evitando le interfacce di portale quali quelle illustrate nelle figure 4 e 5.

La Guida TV non prevede l’accesso a programmi già trasmessi e a contenuti a valore aggiunto, ai quali l’utente accede tramite la app relativa al servizio.

Sono da prevedere servizi di ricerca e integrazione nel servizio delle stazioni TV streaming raggiungibili su Internet (funzione analoga allo scan delle radio tradizionali e alla sintonizzazione tramite ricerca dei canali disponibili sulle TV).

Conclusioni

Abbiamo brevemente analizzato il concetto di neutralità di accesso ai servizi TV, caratteristica una volta nativa della tecnologia radio broadcast, ma non più disponibile in Internet.

Si è proposta una rivisitazione del concetto di “servizio pubblico” e di una possibile sua reinterpretazione da RAI Radiotelevisione Italiana.

Secondo quanto proposto, la RAI diventerebbe fornitore, sulla falsariga di quanto già fanno oggi in rete operatori del calibro di Google o Amazon, di un dongle “neutro” per l’interfacciamento con Internet, inseribile in tutti i televisori con almeno una presa HDMI e con un’interfaccia in grado di emulare la user experience fornita della tradizionale diffusione in radio broadcast e in grado di assicurare un accesso neutrale ai servizi streaming TV accessibili in Internet. A questa interfaccia di legacy (realizzata tramite una app specifica) si affiancherebbe un’interfaccia “alla smartphone” in grado di consentire tramite app l’accesso ai portali di servizio dei vari operatori.

Un dispositivo di questo tipo consentirebbe una migrazione non traumatica degli utenti verso i servizi basati su streaming garantendo la protezione, per quanto possibile, degli investimenti fatti nel passato per l’acquisto dei loro televisori. Infatti, in caso di evoluzioni brusche della tecnologia di servizio (ad es. spostamento delle bande di frequenza radio) l’utente godrebbe della possibilità di mantenere il proprio apparecchio TV e di accedere ai servizi in streaming tramite un’interfaccia per sua natura “ponte” tra il vecchio e il nuovo modo di fruizione delle trasmissioni televisive. 

La longevità di quanto proposto è assicurata dalla disponibilità in streaming internet di un numero sempre più alto di trasmissioni.

Come già dichiarato nella premessa, noi riteniamo che neutralità, qualità dei programmi, consentire la parola a tutti, rispetto delle abitudini d’uso degli utenti, abbattimento delle barriere di accesso e salvaguardia degli investimenti, costi di migrazione limitati possono essere considerati componenti non trascurabili della missione di un Servizio Pubblico, in grado di favorire anziani, persone a basso reddito e la inclusione degli immigrati, e di garantire creatività e diversità nella produzione di contenuti. Senza contare il vantaggio estetico per le nostre città dovuto alla diminuzione del numero di  parabole satellitari installate sui balconi e sui tetti degli edifici.

Ringraziamenti

Questo articolo è stato rivisto da Bruno Boni Castagnetti, Pietro Jarre e Nicoletta Tarducci che ringrazio per le loro osservazioni.

Note:

  1. Evgeny Morozov, l’ingenuità della rete, 2011 Codice Edizioni

Tempo Curioso

Sloweb è felice e orgogliosa di annunciare il lancio di Tempo Curioso, un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, del quale siamo partner.

Tempo Curioso affronta le povertà educative dei minori (11-14) nella media e alta Valle di Susa, dove l’isolamento abitativo ed il pendolarismo determinano solitudine e diseguaglianza nell’accesso alle risorse extra-scolastiche e territoriali.

In questo territorio montano, il passaggio dalla scuola primaria alla scuola media, segna per i preadolescenti l’inizio del pendolarismo da piccole frazioni verso la scuola. Nel tempo extrascolastico, con pochi luoghi aggregativi a disposizione, i ragazzi passano molte ore soli e spesso riempiono il tempo libero con l’uso di device tecnologiche e sviluppano scarse relazioni con il contesto fisico e sociale. Il progetto vuole intervenire nel tempo del tragitto scuola-casa e trasformarlo in un “tempo curioso”, uno spazio di espressione, educazione attraverso laboratori, workshop e attività di apprendimento informale.  

Il progetto intende sostenere le reti locali e lo sviluppo di pratiche di progettazione partecipata dove ogni attore con proprie competenze coopera ed assume responsabilità sociali verso la collettività. Scuole, associazioni e famiglie partecipano in modo attivo al progetto in una logica di comunità educante che si prende cura dei bambini e vedrà l’alternarsi di diverse attività.

Obiettivi generali 

  1. Rendere stimolante il tempo extra-scolastico stabilendo ponti tra apprendimento formale e acquisizione di competenze informali
  2. Accrescere la relazione dei ragazzi con il territorio
  3. Promuovere infrastrutture di comunicazione tra ragazzi e comunità educante per mitigare l’isolamento e la solitudine loro e delle famiglie
  4. Educare all’uso consapevole delle tecnologie sia i ragazzi sia la comunità educante per favorire scambio e costruzione di nuovi modelli educativi

Obiettivo specifico 

Attenuare il senso di solitudine e isolamento dei pre-adolescenti e delle loro famiglie – nella media e alta valle di Susa – favorendo il loro protagonismo e l’attivazione di reti sociali di prossimità durature nel tempo

Le attività di svilupperanno su 3 filoni:

Educarsi a scuola: laboratori di apprendimento non formale

  • DigitiAmo e A futura memoria a cura di Eufemia
  • La bellezza è nei tuoi occhi a cura di Libro Aperto
  • #ioCittadinoDigitale a cura di LVIA

Coinvolgere gli adulti: attività che vogliono coinvolgere le famiglie degli studenti nel percorso di acquisizione di consapevolezza sull’utilizzo dei device digitali e nella riscoperta del territorio

  • #NoiCittadiniDigitali a cura di Sloweb
  • Esplorando il territorio, famiglie e ragazzi a cura di Cicsene

Costruire comunità: costruire sinergie e relazioni durature con gli attori del territorio

  • Costruire comunità: incontri con stakeholders e attivazione di nuove partnership a cura di Coesa
  • La mappa virtuale diventa reale a cura di Cicsene

Il ruolo di Sloweb

La presenza di Sloweb nel progetto Tempo Curioso si configura come possibilità di supportare la comunità educante nel difficile compito di orientarsi, anche e soprattutto in questo frangente di enormi difficoltà dovute alla pandemia, nel complesso mondo virtuale, fornendo elementi e informazioni che aiutino a conoscere meglio gli strumenti digitali il cui uso è aumentato in modo vertiginoso, a non temerli e a utilizzare tutte le opportunità evitando i rischi ad essi inevitabilmente connessi.

In particolare si svolgeranno incontri con i genitori dei tre istituti individuati su temi connessi al mondo del digitale fornendo mappe e bussola per non perdersi nel web, e, non ultimo, per riconoscere i segnali di disagio che figli o studenti possono talvolta manifestare, stimolando un atteggiamento di continuo ascolto e dialogo con i ragazzi.

Nel corso dei 5 incontri per ciasuno dei 6 plessi saranno toccati i seguenti temi:

  1. La mente e il digitale (a cura di Mario Perini)
  2. La privacy (a cura di Pietro Calorio)
  3. Uso dei social network (a cura di Giovanna Giordano)
  4. Educazione digitale e DAD (a cura di Ornella De Benedetto)
  5.  Cyberbullismo (a cura di Mario Perini e Ornella Di Benedetto)

I relatori degli incontri potranno di volta in volta essere affiancati da altri partner del progetto, a seconda dei temi trattati e della loro connessione con i laboratori proposti.

I Fili dell’#Odio

“Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita” dice la homepage del social. Bello. Ma allora da dove salta fuori tutto questo odio?

La realtà è che i social – non solo Facebook, certamente – sono diventati il mezzo su cui riversare frustrazioni, scontentezza, e odio. Spesso, su persone completamente sconosciute.

Ne parla magistralmente I Fili dell’#Odio, un documentario scritto da Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito, prodotto da Zerostudio’s e dalla cooperativa Il Salto, con la regia di Valerio Nicolosi e realizzato con la collaborazione di Michele Santoro.

L’odio è un’emozione umana naturale, non va rinnegata o neutralizzata. All’odio però si può cedere ciecamente oppure utilizzare la sua forza per difendersi e reagire con razionalità. Annientamento o discussione.

Il documentario affronta appunto la crescente assenza di discussione democratica a favore di un proliferare di offese e insulti.

I social network sono un terreno fertile per gli sfoghi violenti perchè “la distanza fisica ci dà più libertà nel fare male all’altra persona perchè non la vediamo soffrire negli occhi”. Così afferma Marco Flora, uno dei tre esperti, insieme ad Alex Orlowski e Silvia Brena, che intervengono nel documentario. Insieme a loro le preziose testimonianze di Michela Murgia, scrittrice, Laura Boldrini, deputata, Ada Colau, sindaco di Barcellona, Steven Forti, storico, Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, Martin Gak, giornalista e Tomasz Kitlinski, filosofo.

Il tema è molto complesso e viene analizzato sotto diversi punti di vista, sia per quanto riguarda le moderne modalità di propaganda online (la democrazia sana genera dissenso, discussioni e contestazioni, non fazioni polarizzate che si odiano a prescindere), sia per quanto riguarda le questioni di controllo e censura dei contenuti da parte delle piattaforme stesse su cui vengono condivisi ( quello che in un paese può essere un dissidente, in un altro paese è un rifugiato, chi decide chi ha ragione?).

Gli attacchi non risparmiano nessuno. Da Liliana Segre a Papa Francesco. Gli obiettivi più colpiti sono le donne, ancor di più se in posizioni di potere. Ma anche i migranti, gli stranieri, la comuntià LGBT… Ed è in forte crescita l’antisemitismo.

Se non fosse già abbastanza sconvoglente pensare che ci sono tantissime persone che per il semplice motivo di aver espresso un’opinione si vedono inondate da un mare infinito di sconcezze e insulti, il problema ancora più grosso è che il passaggio dall’hate speech all’hate crime c’è, e come spiega Silvia Brena è più veloce di quanto si immagini. Non sono più solo parole. “Le parole generano gesti” dice Michela Murgia. Senza considerare che pochi sanno che anche in rete bisogna assumersi la responsabilità di ciò che si scrive.

La soluzione a tutto questo c’è. Ed è l’informazione. Imparare a verificare le fonti, a documentarsi, a non credere a ogni parola scritta sul web, basterebbe a ridurre l’eco delle “sparate” e lo sbraitare vuoto dei famosi leoni da tastiera. Le ragioni per la rabbia esistono, ma serve utilizzarla in questo modo? Non si può e non si deve debellare l’odio, ma gli insulti dovrebbero lasciare spazio al confronto e alle discussioni. Queste le conclusioni del documentario… E anche le nostre.

Intelligenza artificiale tra etica e profitto

di Lucia Confalonieri

Photo by Kimberly White/Getty Images for TechCrunch

L’approccio etico dei colossi del WEB tra opportunità e ipocrisia

Un anno fa, preparando il mio intervento “Intelligenza Artificiale tra etica e lavoro” alla Conferenza del Forum Democratico del Canavese avevo trovato diversi esempi di pregiudizi (bias) insiti negli algoritmi di Intelligenza Artificiale (IA), utilizzati nei loro software da colossi del Web quali Amazon, Facebook, IBM, Microsoft, ecc…

La maggior parte di questi pregiudizi amplificava discriminazioni legate al colore della pelle e al genere, già insite nella nostra società.

Tra questi esempi avevo trovato particolarmente interessanti tre casi di  discriminazione (vedi sotto), rilevati da ricercatori e denunciati da giornalisti d’inchiesta nel biennio 2018-2019, che avevano costretto le aziende impegnate nello sviluppo di applicazioni di IA  a correggere il tiro, tenendo in massima considerazione gli aspetti etici.

Nel frattempo andava crescendo nell’opinione pubblica l’allarme per l’opacità degli algoritmi di IA e  alcune grandi istituzioni sovranazionali, come l’UE, emanavano linee guida stringenti per una IA etica. 

L’aspetto più eclatante di questo cambiamento, dettato da una forte reazione pubblica, è stato la nomina, all’interno delle corporation attive nella IA, di ricercatori in ruoli manageriali di “ethical advisor”, con l’obiettivo di verificare che “i processi decisionali nello sviluppo della IA tenessero in conto non solo dei vantaggi per l’azienda ma di quelli per i dipendenti, i clienti e soprattutto le comunità in cui tutti questi individui lavorano  e vivono”1

In questo modo i requisiti etici sarebbero dovuti diventare parte integrante delle attività di ricerca e sviluppo.

Ma è andata veramente così?

Il caso Google vs Timnit Gebru

Parrebbe di no, visto il caso recente, di indubbia gravità, del licenziamento da parte di Google della propria “AI ethicist” raccontato da alcuni media americani, ripreso  in Europa dal Guardian e in Italia da La Stampa.

In pratica Google ha licenziato Timnit Gebru, famosa ricercatrice e co-leader del team etico di Google per l’Intelligenza Artificiale per aver criticato sia l’approccio dell’azienda nelle assunzioni di minoranze che i pregiudizi (bias) insiti in alcuni algoritmi di IA.

Gebru ha annunciato su Twitter di essere stata licenziata, ma Google ha invece comunicato (ipocritamente) che la ricercatrice si è dimessa. In una lettera aperta, 1500 accademici e 200 dipendenti Google condannano la mossa dell’azienda come “una censura senza precedenti alla ricerca e un atto di ritorsione contro Gebru”. 

Ph. credits: The Pancake of Heaven!

Chi è Timnit Gebru

Gebru è una ricercatrice molto nota nel mondo dell’etica nel campo della IA; ha cominciato a lavorare con Apple dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in Computer Vision presso lo Stanford Artificial Intelligence Laboratory. 

È co-fondatrice del gruppo “Black in AI”, che promuove l’occupazione e la leadership nel settore degli studiosi di colore e coautrice insieme a Joy Buolamwini di “Gender Shades” un importante studio del MIT Media Lab che ha trovato pregiudizi razziali e di genere nei software di riconoscimento facciale di aziende quali IBM, Facebook, Microsoft e Amazon (uno dei tre casi di discriminazione che descrivo in seguito). 
Come riportato da La Stampa “Gebru aveva recentemente lavorato a un documento che esaminava i rischi dello sviluppo di sistemi informatici che analizzano enormi database di linguaggio umano e li usano per creare una propria lingua basata su quelle umane. Il documento della Gebru cita la nuova tecnologia di Google, utilizzata nel settore della ricerca, e quella sviluppata da altri. Oltre a segnalare i potenziali pericoli dei pregiudizi, il documento cita anche i costi ambientali derivanti dal consumo di tanta energia per la gestione dei modelli: un tema importante per un’azienda come Google, che dal 2007 si vanta del suo impegno a essere neutrale dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica e che si sforza di diventare ancora più verde. 

Gebru si è opposta alla richiesta dell’azienda di rimuovere informazioni considerate sensibili e qualche giorno fa ha scritto in una mail al team interno che si occupa di diversità e inclusione di Google, con l’oggetto: “Mettere a tacere le voci emarginate in ogni modo possibile. Gebru ha poi scritto su Twitter che questa è l’email che l’ha fatta licenziare.” 

Secondo il Guardian nella mail Gebru manifesta la sua frustrazione, rilevando polemicamente che c’è “zero assunzione di responsabilità” o incentivo reale al cambiamento nella leadership di Google. “Quando inizi a difendere persone sotto-rappresentate la tua vita peggiora e inizi a far arrabbiare i vari responsabili. In nessun modo ulteriori documenti o ulteriori discussioni otterranno qualcosa”.

Come la stessa Gebru ha dichiarato pubblicamente, il conflitto tra lei e l’azienda è scoppiato a Novembre quando un manager di alto livello di Google le ha intimato  di ritrattare o togliere il suo nome da un articolo di cui era coautrice insieme ad altri ricercatori interni ed esterni a Google. Secondo una bozza vista dall’agenzia Reuters, l’articolo asserisce che le aziende high tech devono fare molto di più per assicurare che i sistemi di IA che emulano il linguaggio umano, scritto e parlato, non aumentino  pregiudizi di genere storicamente determinati e non utilizzino termini offensivi. Inoltre ha avanzato forti riserve sull’impatto ambientale derivante dalla quantità di energia necessaria a supportare i modelli su cui si basano questi sistemi di IA.

“Ho sentito che venivamo censurati e di conseguenza ho pensato che questo avesse delle implicazioni su tutta l’attività di ricerca di una IA etica” ha dichiarato Gebru. “Non si può sempre pensare di scrivere articoli che rendano l’azienda felice tutto il tempo e non evidenziare i problemi. Ciò è antitetico a quello che significa essere quel genere di ricercatore”.

Gebru successivamente ha dichiarato che ha tentato di trovare un accordo con Google offrendo di togliere il suo nome dall’articolo in cambio di una spiegazione esauriente delle obiezioni dell’azienda e di un confronto  per definire un processo migliore nella gestione futura di tali problematiche. Se l’azienda non avesse accettato lei successivamente se ne sarebbe andata. Google ha rifiutato la sua richiesta e dopo che Gebru ha inviato al suo team e ad altri dipendenti di Google una mail di frustrazione sull’accaduto e quanto ci sta dietro, l’azienda ha scritto a sua volta pubblicamente di aver  accettato le sue dimissioni. Poi le ha tolto l’accesso alla mail aziendale sostenendo che si era dimessa.

La plateale scorrettezza della reazione di Google trova un senso nel fatto che l’utilizzo della IA nell’emulazione del linguaggio umano è cruciale per il potenziamento del motore di ricerca omonimo, che rappresenta il core business dell’azienda.

“Espellerla per aver avuto l’audacia di difendere l’integrità della sua ricerca compromette gravemente la credibilità di Google nel campo dell’etica dell’IA e dell’auditing algoritmico”, ha detto Joy Buolamwini, ricercatrice del Massachusetts Institute of Technology che è stata co-autrice dello studio sul riconoscimento facciale del 2018 con Gebru.”

Ma da dove è nata l’attenzione al pericolo rappresentato dai pregiudizi “ereditati dagli algoritmi di IA”?

Riporto i tre casi  a mio avviso più interessanti che a suo tempo hanno determinato il cambio di rotta nelle politiche di sviluppo di sistemi di IA da parte dei colossi del Web.

Lo studio del MIT Media Lab “Gender Shades”

Il primo riguarda il lavoro  “Gender Shades” del 2018 di una ricercatrice del MIT, di nome Joy Buolamwini. Coautrice della ricerca era stata proprio Timnit Gebru, ora al centro di un clamorosa censura.

Tale studio, orientato a verificare l’accuratezza di alcuni prodotti di riconoscimento facciale di società quali IBM, Facebook, Microsoft e Amazon,  era arrivato alla conclusione che questi sistemi trattano alcune etnie in modo più “impreciso” (con evidente effetti discriminatori)  rispetto ad altre. Nel caso specifico la ricerca ha dimostrato che tali tecniche di riconoscimento facciale presentano una precisione  del 99% per gli uomini bianchi (estremo superiore) e del 34% per le donne nere (estremo inferiore). Per gli altri – donne bianche, uomini neri –  si era arrivati a valori intermedi, suggerendo una prima discriminazione in base al colore e una successiva in base al genere.  

Ciò dipende dal fatto che gli algoritmi utilizzati  si basano su dati appartenenti a soggetti prevalentemente di tipo maschile e di carnagione chiara. La ricerca ha quindi evidenziato che sono stati commessi errori nell’istruzione degli algoritmi. 

Pertanto si potrebbe pensare che sia sufficiente correggerli per eliminare il pregiudizio (bias), ma non è così semplice almeno per due motivi: il pregiudizio insito nel sistema è stato totalmente ignorato, tanto dall’uomo quanto dalla macchina, fino a quando non è stato fatto un audit indipendente; la quantità di dati che gli algoritmi analizzano è costantemente in aumento e di conseguenza il rischio di nascondere l’errore sempre più nel profondo del codice è destinato a crescere. 

Lo studio dell’ American Civil Liberties Union su Recognition (Amazon)

Il secondo caso è relativo ad una ricerca fatta dall’organizzazione statunitense ACLU ( American Civil Liberties Union) su  Recognition (software di Intelligenza Artificiale per il riconoscimento facciale di Amazon) che ha mescolato le foto dei parlamentari americani dell’epoca in un database di circa 25 mila immagini, dimostrando che nel 5% dei casi emergeva un’inesistente corrispondenza tra criminali e gli stessi parlamentari, ma guarda caso, di questi falsi positivi ben il  39% riguardava deputati dalla pelle scura.

Il software per le assunzioni  di Amazon

Il terzo caso riguarda il software di Intelligenza Artificiale utilizzato da Amazon per le assunzioni. Quello che è stato riscontrato è che tale software discriminava donne o persone  laureate nei college femminili (tipicamente donne dunque). La “falla” nel sistema di selezione di Amazon è stata trovata grazie ad una serie di testimonianze raccolte dall’agenzia  Reuters, risultate  decisive per far saltare il sistema di assunzione del colosso. 

Tale “falla” dipendeva  dal fatto che il software di IA era stato programmato per scegliere i candidati, analizzando i curriculum presentati alla società nell’arco di 10 anni. E la maggior parte di questi proveniva da uomini che per giunta non avevano frequentato college femminili.

Dunque il software “ha insegnato a sé stesso” che i candidati uomini erano preferibili e ha penalizzato i curriculum che includevano la parola donna e allo stesso modo ha declassato i college femminili. 

Note:

1 – Deloitte – AI ethics A new imperative for businesses, boards, and C-suites

Lo spazio di archiviazione di Google Foto… quanti dati!

Nei giorni scorsi potrebbe essere arrivato anche a voi un aggiornamento riguardo allo spazio di archiviazione su Google Foto. Una mail annuncia che da giugno 2021 lo spazio di archiviazione gratuito non sarà più illimitato. Da un lato è comprensibile: lo spazio di archiviazione anche per i big della tecnologia non è illimitato e ha dei costi; dall’altra stona il fatto che dopo aver attirato tantissimi utenti con l’offerta dello spazio gratuito e aver allenato le AI con le nostre foto adesso ci facciano anche pagare. Ma questa discussione etica lasciamola sedimentare e teniamola per un altro momento. Perché quello che ci preoccupa adesso è un problema più pressante, strettamente legato all’ambiente.

Il problema infatti, risiede in quello che Google ci spiega in questa comunicazione, ovvero perché sono arrivati a questa decisione. Il problema sono i numeri che Google butta lì quasi con nonchalance. Da quando è stato fondato nel 2015 Google Foto ha raccolto 4000 miliardi di foto e video ai quali, ogni settimana che passa, se ne aggiungono altri 28 miliardi. 

Di questo passo il prossimo anno saranno già quasi 6000 miliardi. Poco a poco verremo sommersi dai nostri dati digitali, proprio come sta avvenendo con la plastica. La cosa ancora più sconvolgente è che la maggior parte di questi dati sono completamente inutili. Di questi 4000 miliardi di foto e video quanti sono scatti sfocati, uguali uno all’altro, errori, foto irrilevanti di cui non ci ricordiamo neanche più (il piatto al ristorante, la camera d’albergo, la lista della spesa)? Probabilmente una gran parte.

Esattamente come nelle comunità dove lo smaltimento dei rifiuti o i sistemi fognari – selezionare, differenziare, pulire – sono inefficienti e mettono a rischio la salute del pianeta e dei suoi abitanti, la scorretta o mancata gestione dei dati digitali mette a rischio noi e in primis l’ambiente e il pianeta intero. Questi 4000 miliardi di foto e video (che tra l’altro sono solo una piccola parte di tutto ciò che viene salvato, ci sono anche svariate caselle di email, i file, la musica, le cartelle in drive, in dropbox, ecc…) sono salvati nel “cloud”. Ma il “cloud” non è aria, sono batterie di server che consumano quantità enormi di energia per funzionare ed essere raffreddati.

Di queste cose si inizia a parlare sempre di più, gli studi sull’impatto ecologico del digitale non mancano, e il problema ormai non è più tecnico, ma politico. È necessaria una presa di coscienza da parte di chi utilizza i servizi, ma anche da parte dell’industria e di chi governa. Sono necessari passi concreti organizzati e strutturati per rimediare a questo accumulo senza precedenti con regolamenti, linee guida, best practice, leggi. 

Nel frattempo, cosa possiamo fare? 

Leggi, regolamenti e buone pratiche purtroppo non si fanno dal giorno alla notte. Per cui, nel frattempo siamo noi a doverci preoccupare di ridurre gli sprechi, che comunque è sempre una buona abitudine.

Produrre meno rifiuti

Ovvero selezionare, pulire. Quando facciamo delle foto cancelliamo subito quelle che non sono venute bene, cancelliamo le email che non ci interessano, svuotiamo il cestino. Ora che lo spazio di archiviazione di Google Foto non sarà più gratuito, sfruttiamo l’opportunità per rendere più accessibili i nostri ricordi. Viaggiamo leggeri. 

Resistere alla condivisione compulsiva. 

Tante volte quando vediamo o riceviamo qualcosa, pensiamo subito a chi potremmo mandarlo anziché riflettere su cosa stiamo guardando o leggendo, così facendo sprechiamo tempo, nostro e di chi a sua volta riceve i nostri messaggi. 

Usare bene il tempo risparmiato

Nel corso dell’ultimo Digital Ethics Forum, Luciano Floridi ha detto che il digitale toglie con una mano ciò che ti dà con l’altra. Tutto il tempo che il digitale ci fa risparmiare lo passiamo perdendo tempo sulle app, sui social, sul digitale stesso. Questo nostro perdere tempo genera dati: sulla nostra navigazione, sulle nostre preferenze, sulla probabilità che acquisteremo qualcosa. E permette alle intelligenze artificiali di offrirci contenuti che ci tengano sempre più connessi. Proviamo a interrompere questo circolo vizioso impiegando in maniera più proficua tutto questo tempo che il digitale ci fa risparmiare!

Questo video potrebbe esservi utile per ulteriori spunti

A questo link potete approfondire sull’impatto ambientale del digitale.

La successione nel patrimonio digitale

L’Avvocato Alessandro d’Arminio Monforte ci racconta il suo libro in uscita con Pacini Editore.

“Nel redigere quest’opera mi sono soffermato spesso a riflettere su quanta parte della nostra storia personale sia (e sarà ancor di più in futuro) racchiusa all’interno della memoria di un telefono, di un personal computer o di un tablet: le fotografie di famiglia, i filmini delle vacanze, gli appunti, i documenti di lavoro, solo per citare alcuni.

La rivoluzione digitale ha spazzato via il foglio di carta, la penna, la pellicola fotografica, il nastro magnetico ed ha assegnato ad un contenitore metallico asettico e senz’anima, fatto di microchip, quel ruolo che un tempo apparteneva alla rassicurante “scatola dei ricordi”.

La straordinarietà del fenomeno ha ingenerato in me una strana ansia, derivante dal fatto che affidiamo costantemente la nostra storia personale (e il nostro presente) ad una serie di 0 e 1 memorizzati su supporti tanto fragili quanto piccoli.

Mi sono quindi domandato cosa accadrebbe se quei bit, carichi di sentimenti e di valore (economico o personale) venissero accidentalmente perduti o che conseguenze potrebbero derivare se, ora per opposizione del fornitore del servizio di cloud storage, ora per carenza di un istituto giudico apposito, non potessero giungere a coloro che sono destinati a succederci.

La risposta che mi sono dato è stata tanto banale quanto allarmante: della vita, della storia, del passato di ciascuno di noi non resterebbe nulla. I nostri figli, i nostri nipoti, i nostri coniugi o partner o i nostri genitori (come ci insegna l’esperienza giudiziaria) potrebbero non avere un nostro ricordo, una nostra foto, un nostro video.

Le conseguenze personali e sociali sarebbero disastrose, soprattutto per tutti coloro che sono nativi digitali e, dunque, ignari dell’importanza di un supporto fisico (quasi) sempre disponibile quale la pellicola fotografica, il nastro magnetico o la scatola dei ricordi.

L’auspicio è quindi che il legislatore intervenga al più presto per garantire che il diritto alla trasmissione generazionale della ricchezza digitale (economica e personale) possa essere serenamente esercitato e, soprattutto, per salvaguardare quel patrimonio storico che appartiene a ciascuno di noi e alla collettività intera.  

La disciplina della successione digitale deve essere anch’essa un feudo inviolabile dello Stato sovrano e non una terra franca dominata dai fornitori dei servizi della società dell’informazione che, troppo spesso, sono dimentichi dei diritti derivanti dalla successione.”


Il libro:

Per lungo tempo le successioni a causa di morte sono state concepite come un fenomeno circoscritto a beni materiali o, al più, immateriali. La rivoluzione tecnologica ha, tuttavia, mutato radicalmente la realtà sociale e creato una nuova categoria di cespiti, asset fondamentale del patrimonio ereditario: i beni digitali.

Come possiamo garantire ai nostri eredi il passaggio generazionale di password, fotografie, video e musica digitali, account social, criptovalute, programmi per elaboratore, siti web, blog, e-book, messaggi di posta elettronica, contratti stipulati on-line e, in generale, di nostri documenti informatici (a contenuto patrimoniale o personale)? Che ne sarà della nostra identità (personale, professionale e digitale), in assenza di una pianificazione?

Il volume tratta in modo organico il tema ormai noto come “eredità digitale”, attraverso un’analisi degli elementi che compongono il patrimonio digitale, degli strumenti giuridici attualmente a disposizione per la loro trasmissione e della confezione di un testamento digitale.

Lo scopo è quello di fornire ai professionisti dell’area legale e, in generale, a tutti coloro che intendano pianificare la propria successione digitale un ausilio nella comprensione della natura dei beni facenti parte del patrimonio digitale e dei relativi limiti di disposizione, nonché nell’identificazione dello strumento più adeguato per la loro trasmissione

A questo link la pagina web del libro, al sito di Pacini Editore.

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