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La morte si fa social. Intervista a Davide Sisto

In occasione del ponte di Halloween/Ognissanti, a seconda di quale festa preferiate celebrare, abbiamo pensato di intervistare uno che “di morte se ne intende”.
Uno dei tanatologi (thanatos, morte; logos, studioso) più famosi in Italia: Davide Sisto, che quest’anno ha pubblicato il suo nuovo libro “La morte si fa social” per Bollati Boringhieri.


Davide ha partecipato a uno dei convegni Sloweb dedicato agli archivi di persona e all’interno del suo libro ha citato eMemory e eLegacy come uno degli esempi di prodotti per gestire l’eredità digitale.
Per questa intervista e per le altre sue preziose collaborazioni e partecipazioni, a nome di tutta l’associazione Sloweb ringraziamo Davide.

Chi è Davide Sisto

Davide Sisto è filosofo, assegnista di ricerca in Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino, ed è esperto di tanatologia: si occupa del tema della morte a partire da un punto di vista filosofico e in relazione alla medicina, alla cultura digitale e al postumano. È docente presso il Master «Death Studies & the End of Life» dell’Università di Padova, collabora con diverse Asl piemontesi ed è curatore, insieme a Marina Sozzi, del blog Si può dire morte. Oltre a numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali, ha pubblicato: Lo specchio e il talismano. Schelling e la malinconia della natura (2009), Narrare la morte. Dal romanticismo al postumano (2013) e Schelling. Tra natura e malinconia (2016).
Quest’anno ha pubblicato per Bollati Boringhieri il suo nuovo libro “La morte si fa social”.

Il libro, La morte si fa social

Estratto dalla quarta di copertina del libro.
Facebook, Instagram, WhatsApp sono il più grande cimitero del mondo. È tempo di ripensare filosoficamente la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, di Black Mirror e della realtà virtuale.
La morte non esiste più. Allo stesso tempo, però, viviamo costantemente circondati dai morti. Relegata lontano dalla nostra quotidianità, medicalizzata, espunta dalle nostre vite, l’esperienza del morire vive oggi una situazione paradossale, quando le immagini e le parole dei cari estinti tornano e irrompono all’improvviso dagli schermi dei nostri telefoni. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.
Social network, chat, siti web costituiscono insieme, ad oggi, il più grande cimitero del mondo. Il territorio esplorato dalla fantascienza, dalla fiction e, recentemente, da una delle serie più perturbanti che mette al centro della sua riflessione il rapporto tra uomo e tecnologia, Black Mirror, sembra superato dalle nuove intelligenze artificiali. Sono già disponibili bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari; il profilo Facebook che consultiamo compulsivamente più volte al giorno, quando mancheremo, diventerà una vera e propria lapide virtuale, e i nostri amici potranno continuare a farci gli auguri ogni anno nell’aldilà.
E ancora, il web è diventata la più grande piazza pubblica per celebrare il ricordo o condividere anche l’esperienza privata del lutto. Insieme piangiamo i nostri cari, insieme ricordiamo i nostri beniamini. Insieme, in un futuro prossimo, vivremo una seconda vita nella realtà virtuale. […]La morte si fa social è il migliore esempio di umanesimo capace di confrontarsi con l’era digitale. L’uomo ha sempre pensato la morte. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionata.

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro che trattasse della morte in relazione alle nuove tecnologie?

Un caso personale. La mattina del 14 novembre 2014 ricevo sullo smartphone una notifica da parte di Facebook, la quale mi ricorda di fare gli auguri di buon compleanno a un amico morto qualche mese prima. Stavo pensando a tutt’altro e, di colpo, mi sono ritrovato dinanzi agli occhi l’immagine di un amico morto. Quindi, i suoi post, i suoi video, le sue fotografie. La cosa è scioccante. A livello inconscio si mette in moto un meccanismo del tutto particolare che, credo, leghi insieme l’istinto di sopravvivenza, il lutto elaborato, il senso della perdita e la presenza invasiva della morte. Superato lo shock, ho pensato – essendo un tanatologo – che fosse molto interessante studiare l’incidenza delle nuove tecnologie digitali sul nostro modo di affrontare la morte, il lutto e l’immortalità. E mi si è aperto un mondo, quello della Digital Death, tema su cui vi sono ricerche interdisciplinari a livello internazionale ma che in Italia è praticamente sconosciuto. Era, quindi, necessario scrivere un libro a partire dalla mia formazione filosofica e tanatologica.

Qual è l’aspetto più interessante nel quale ti sei imbattuto circa la morte digitale e quale ti è sembrato quello più inquietante?

L’aspetto più interessante è legato al rapporto tra i social network e la morte. Facebook, con i suoi cinquanta milioni di utenti deceduti, è il più grande cimitero che vi sia al mondo, a portata di mano di ogni persona dotata di una connessione al web. Noi, lì dentro, disponiamo di dieci anni di contenuti personali, creati con il meccanismo della condivisione, per mezzo di una radicale intersoggettività comunicativa e in virtù dell’applicazione concreta del principio in base a cui naturale e artificiale, reale e virtuale sono integrati l’uno nell’altro. Questo significa che disponiamo, e disporremo sempre di più, di una sorta di enciclopedia dei morti, in cui le biografie delle persone comuni sono estremamente ricche e costruite mediante una cooperazione collettiva. Un fatto socialmente rivoluzionario.

L’aspetto più inquietante è, invece, legato al tentativo di automatizzare i dati online, quindi l’identità costruita nel web, di modo da mantenerci vivi oltre la morte della nostra presenza psicofisica, oltre la morte della nostra vita biologica. In altre parole, tutti quei tentativi di generare una sorta di immortalità digitale, automatizzando le nostre rappresentazioni online e separandole dalla nostra presenza in carne e ossa. Penso ai casi più eclatanti, quello di Luka, l’applicazione per iPhone che ci fa comunicare con lo spettro digitale di Roman Mazurenko, e quello del Dad-Bot di James Vlahos, il quale continua a chattare con lo spettro digitale del padre morto. Martha e Ash, i protagonisti di Be Right Back di Black Mirror, sono realtà quotidiana.

Pensi che le nuove tecnologie aiuteranno noi occidentali ad avere un rapporto con la morte meno grave oppure pensi che le nuove tecnologie potrebbero peggiorare il nostro rapporto con la morte?

Entrambe le cose. Da una parte, la presenza ossessiva della morte nel web e nei social network rappresenta un’occasione unica per creare percorsi di Death Education, con i quali insegnare alle nuove generazioni il legame indissolubile tra la vita e la morte e, dunque, la mortalità come un fatto che non va rimosso ma va messo al centro della propria formazione sociale nello spazio pubblico. Inoltre, rappresenta un’occasione per ricreare forme di elaborazione collettiva del lutto, con cui sottrarre il dolente dalla bolla autistica in cui viene rinchiuso da una società che non ha tempo per comprendere e accettare il dolore individuale.

Dall’altra, si corre il rischio di accentuare la spettacolarizzazione del morire: la presenza quotidiana di video che mostrano omicidi e suicidi online, nonché di pagine sui social network che delineano i tratti di una persona morta, può accrescere la difficoltà di distinguere la realtà dalla rappresentazione. Possiamo, cioè, guardare tutto ciò che riguarda la morte online con lo stesso sguardo con cui guardiamo un film in televisione. Questo rischia di allontanarci dalla piena consapevolezza della realtà di ciò che osserviamo. Motivo per cui sono fondamentali i percorsi di Death Education di cui sopra.

La tramandabilità e il destino dei dati sono dei problemi seri che da poco hanno attirato anche le attenzioni del legislatore. Come pensi che possa svilupparsi il capitolo dell’eredità digitale?

Quello dell’eredità digitale è un tema che affronto alla fine del libro e che intendo approfondire nel mio prossimo libro. È un tema estremamente delicato che implica, innanzitutto, la limpida consapevolezza che non viviamo per sempre, che possiamo morire da un momento all’altro e che tutto ciò che produciamo nella dimensione online rischia di sopravviverci in modo caotico e disordinato, aumentando la sofferenza nelle persone che soffrono la nostra perdita. Tale limpida consapevolezza dovrebbe metterci nella condizione di pianificare, man mano, l’organizzazione delle nostre eredità digitali, ordinando l’immenso materiale di dati che produciamo quotidianamente, facendo selezione tra il necessario e il superfluo e, soprattutto, pensando che il web oscilla tra una memoria senza oblio e un oblio senza memoria. Da una parte, c’è il rischio che le nostre memorie diventino immortali, rendendo concreta la situazione di Ireneo Funes, descritta da Borges, cioè quella di un uomo che non dimentica niente. Dall’altra, c’è il rischio che tutto vada perduto, visto che buona parte delle nostre attività online sono protette da password e che la velocità del progresso rende in pochi istanti obsolete le tecnologie che consideriamo innovative. Tutto questo, che andrebbe insegnato già nelle scuole, dovrebbe spingerci a servirci degli strumenti idonei per conservare ciò che vogliamo che resti oltre a noi e per eliminare il superfluo.

Pensi che assiologie e/o ideologie storiche e secolarizzate, che hanno presieduto per secoli i concetti di morte, anima e aldilà, possano essere messe in crisi dalla digitalizzazione (anche) della morte? Perché?

In parte sì. In un certo qual modo, l’aldilà si è trasferito nel web. Basta una connessione al wifi e si ha accesso alla vita post mortem delle persone amate, le quali possono addirittura essere attive in virtù di quelle interazioni postume, tramite chatbot e automatismi assortiti, di cui abbiamo parlato poco sopra. Inoltre, le attuali tecnologie digitali forniscono gli strumenti necessari per creare riti e celebrazioni funebri personalizzate e individualizzate, senza la mediazione delle religioni tradizionali. In fondo, e sono le statistiche a dircelo, sono sempre meno le persone in Occidente che apprezzano i riti funebri canonici e che vorrebbero qualcosa di più intimo e personale. Il web apre questa via e sono convinto che avremo innovazioni in ambito funebre incredibili, le quali uniranno i consolidati aspetti della tradizione funebre – per esempio, le tombe ai cimiteri – con novità curiose – per esempio, il QR Code sulle tombe, i selfie ai funerali, i funerali in streaming, le interazioni con gli ologrammi dei morti. Questi fenomeni vanno seguiti, a mio modo di vedere, con curiosità e attenzione e non con la ritrosia tipica di chi considera blasfemo ogni tentativo di mutare le tradizioni consolidate.

 

 

 

 

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